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C’è un filo sottile ma tenace che lega le piazze italiane, le cucine di casa e i laboratori di ricerca. È lo stesso filo che torna a tendersi, ogni primavera, con la campagna “Io per lei” di Fondazione Telethon, dedicata alle cosiddette “mamme rare”. Donne che non fanno rumore, ma che reggono il peso quotidiano di una malattia genetica in famiglia.
Dal 1° al 3 maggio, in oltre 2.500 punti di raccolta in tutta Italia, tornano i “Cuori di biscotto”: una scatola, tre varianti di frolla, una donazione minima di 15 euro. Un gesto semplice, ma che alimenta una macchina complessa: la ricerca scientifica sulle malattie genetiche rare.
Dietro questa iniziativa c’è una storia lunga più di trent’anni, nata dall’appello di un gruppo di madri dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. Da allora, la Fondazione ha investito centinaia di milioni nella ricerca, contribuendo a trasformare diagnosi senza speranza in percorsi di cura possibili.
Come spiega la direttrice generale Ilaria Villa, «tutto questo è possibile grazie alla partecipazione dei volontari e alla generosità dei donatori». Ma le parole, da sole, non bastano. Servono i volti. Servono le storie.
Amerigo, tredici anni e una battaglia silenziosa
Amerigo ha 13 anni e vive in provincia di Bergamo. Da quando è nato convive con una miopatia congenita, una malattia neuromuscolare ereditaria che indebolisce progressivamente i muscoli. Si muove con una carrozzina elettrica che guida con un joystick, parla senza difficoltà, e ha una passione dichiarata: il calcio, con il cuore che batte per l’Atalanta.
La diagnosi arriva presto, a 18 mesi. Prima ancora ci sono segnali che non tornano: difficoltà nei movimenti, ritardi nello sviluppo motorio. Poi gli esami genetici e la conferma: una malattia rara, senza cura definitiva.
È lì che entra in scena Alessandra, sua madre. Non con gesti eclatanti, ma con una determinazione ostinata. Studia, si informa, cerca medici, costruisce una rete. E soprattutto decide una cosa: Amerigo deve vivere una vita piena.
Non è stato facile. La famiglia si è riorganizzata completamente: casa, abitudini, ritmi. Gli amici si sono diradati, alcuni parenti si sono fatti da parte. «Un misto di paura e imbarazzo», racconta Alessandra. Ma lei non si ferma.
Una vita “normale”, a modo suo
Amerigo non è un ragazzo che si arrende. Fa fisioterapia, usa supporti respiratori, frequenta la scuola con i compagni. Nel pomeriggio studia, disegna, esplora il mondo dell’intelligenza artificiale.
Gioca a calcio in carrozzina, partecipa ai Wheelchair GP, eventi che mescolano competizione e gioco. Va allo stadio con il padre. Sogna, anche se non sempre lo dice ad alta voce.
Ha tre fratelli, con cui il rapporto è passato attraverso momenti difficili ma è rimasto saldo. In casa si litiga, si cresce, ci si aiuta. Come in tutte le famiglie. Solo che qui ogni gesto pesa di più.
E poi c’è quel legame speciale con la madre: complicità, fiducia, decisioni condivise. Un’alleanza silenziosa che regge tutto.
La ricerca come unica strada
Alessandra non si fa illusioni, ma nemmeno si rassegna. Sa che una cura potrebbe non arrivare in tempo per suo figlio. Ma insiste su un punto: bisogna continuare.
«Si deve parlare di ricerca, sensibilizzare le persone… basterebbe anche qualcosa che fermi la malattia», dice. E aggiunge, senza giri di parole: «Chi non sa è perché non vuole sapere».
È una frase che pesa. Perché chiama in causa tutti.
Un gesto piccolo, una responsabilità grande
I Cuori di biscotto, con le loro confezioni curate e i gusti diversi, sono pensati come un regalo per la Festa della Mamma. Ma sarebbe un errore fermarsi lì. Dentro quella scatola non c’è solo un prodotto artigianale. C’è un investimento in ricerca, un sostegno concreto a famiglie che combattono ogni giorno.
E c’è anche una domanda implicita: quanto vale, davvero, un gesto di solidarietà?
La risposta, forse, sta proprio nelle storie come quella di Amerigo. Dove la normalità non è data, ma conquistata. E dove ogni passo avanti, anche il più piccolo, ha il peso di una vittoria.



