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sabato 22 settembre 2018
 
Valeria Fedeli
 

Di chi è la scuola? Ragioniamo sul fare prima che sui ministri

16/12/2016  Le nostre domande al neo ministro dell'Istruzione, al di là delle velenose polemiche su diplomi, lauree ed esami di Maturità. Perché i politici passano ma la quotidianità della scuola rimane attaccata ai nostri figli. E poi, certo, vorremmo sapere se Valeria Fedeli sarà capace di non privilegiare percorsi ideologici sul gender, dove sedicenti esperti entrano nelle classi, spesso senza la presenza degli insegnanti, quasi sempre all’insaputa dei genitori, ad insegnare che «maschile e femminile non fa differenza e si può sempre scegliere la propria identità sessuale»

Un vero e proprio vespaio, davanti alla nomina di Valeria Fedeli a Ministro dell’Istruzione, una delle poche scelte di discontinuità nel passaggio dal Governo Renzi al Governo Gentiloni. E giornali, televisioni, siti Internet sono pieni di commenti, arrivando persino alla richiesta di dimissioni. Non si può certo lasciar passare sotto silenzio la questione. Io però, personalmente, in questo caso preferisco la linea di Max Pezzali, cantante certamente molto ascoltato dai nostri figli, anche nelle aule delle nostre scuole, quando canta: “Io di risposte non ne ho, ma di domande, ne ho quante ne vuoi!”. Più che dire al Ministro cosa dovrebbe fare, quindi, preferisco porre alcune questioni rilevanti – a lei e a tutti i lettori – sulla base delle quali poi, eventualmente, decidere.

Primo: le velenose polemiche su diplomi, lauree ed esami di maturità fanno dimenticare la prima grande questione, su cui si dovrebbe invece riflettere: perché, tra le tante conferme ministeriali, proprio il Ministro Giannini è saltato? E perché proprio con una così radicale discontinuità, da un Rettore universitario a una ex-sindacalista del tessile, con scarsissima esperienza – e quella poca molto antica - di sistemi scolastici? Perché cambiare proprio uno dei Ministeri che aveva attuato una concreta azione di riforma, qualificante nell’agenda del governo Renzi? In altre parole, si cambia solo un Ministro o si boccia la “buona scuola”? A me interessa soprattutto sapere questo, perché i ministri passano (anche se spesso lasciano il segno, e non sempre un buon segno…), ma la quotidianità della scuola rimane attaccata ai nostri figli. E allora voglio sapere se ci aspettano nuove miracolose riforme, tutte da inventare, o se nella scuola si continuerà ad applicare la “buona scuola”.

Secondo: il pluralismo del sistema formativo scolastico, vale a dire la controversa gestione del “sistema pubblico integrato di istruzione”, che ci vede in pesante arretramento rispetto a quasi tutti gli altri Paesi europei, con sistemi scolastici ben più “plurali” del nostro. Sarà capace, il Ministro Fedeli, di restituire dignità ed uguaglianza a tutte le scuole pubbliche, statali e paritarie non statali, e di garantire pari trattamento – anche economico – a famiglie e studenti? Oppure si tornerà verso un atteggiamento vetero-statalista, incapace di riconoscere la bellezza e la modernità di un sistema plurale e sussidiario di enti gestori? Con il Governo precedente qualche piccolo segnale di supporto alle scuole paritarie era arrivato, pur tra mille incertezze. Si continuerà su questa strada, o si continuerà a dire che “pubblico uguale statale”? Il milione di famiglie con figli nelle scuole non statali (pubbliche e paritarie, conviene dirlo), che sostengono questa scelta con costi crescenti, aspettano risposte a questa domanda.

Terzo: la “buona scuola” ha regolarizzato oltre 100.000 docenti precari, sanando in parte il paradosso di uno Stato che promuove il precariato all’interno del pubblico impiego. Resterà, questa, una priorità del Governo? Tuttavia molte sono state le critiche, soprattutto per la necessità di mobilità territoriale: gli studenti sono al Nord, i docenti sono soprattutto del Sud, e i posti stabili “vanno dove stanno gli studenti”. Si saprà proseguire in questa duplice sfida, garantendo per il personale docente e non docente una “occupazione buona” e insieme equilibrio territoriale, o prevarranno logiche corporative? O si tornerà al “vecchio precariato”? (in particolare per le funzioni di sostegno agli alunni disabili, tuttora mal-trattati).

Quarto: il posto della famiglia nella scuola rimane molto “scomodo”: a volte sono i responsabili di tutti i mali della scuola (incapaci di educare), ma più spesso vengono “tenuti fuori” dalla gestione della scuola. Anche la “buona scuola”, in questo, non sembrava soddisfacente. E la domanda allora è: con il nuovo Ministro si darà più spazio, potere, diritto di parola ai genitori? La scuola deve tornare a vivere di alleanza con la famiglia, e non di scarico reciproco di responsabilità. Ci sarà la voglia di occuparsi di questo? Servono migliori organi di partecipazione, più spazio e titolarità alla voce delle famiglie, maggiore corresponsabilità – non sulla carta (hanno firmato il POF…), ma per la quotidiana esperienza di vita dei nostri figli.

Ultimo quesito, collegato al precedente, ma anche direttamente connesso ai temi di contestazione della persona del neo-Ministro: la scuola è stata spesso oggetto di scontro sulle tematiche dell’identità sessuale, sul nodo degli orientamenti sessuali, sull’educazione alla differenza, con percorsi, progetti e iniziative troppo spesso caratterizzati da un “indottrinamento ideologico” al gender denunciato anche da Papa Francesco. E su questo le famiglie sono state, regolarmente, le prime escluse. Eppure è evidente che sia un tema caldo, controverso, dove la responsabilità educativa dei genitori è assolutamente primaria – e valore costituzionale, peraltro.

Quindi, la domanda finale è semplice: sarà capace, il Ministro Valeria Fedeli, di non privilegiare percorsi ideologici sul gender, dove sedicenti esperti entrano nelle classi, spesso senza la presenza degli insegnanti, quasi sempre all’insaputa dei genitori, ad insegnare che “maschile e femminile non fa differenza, e che “si può sempre scegliere la propria identità sessuale”? Anche questa è una domanda decisiva, e sul tema anche il Ministro Giannini è stata costretta ad intervenire più volte. Ed è giusto che anche a questa domanda venga data risposta chiara e non ambigua. A tutela dell’integrità dei nostri figli e del diritto-dovere dei genitori di educarli.

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