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Mons. Antoniazzi: "Noi cristiani, nel mirino con gli altri"

30/06/2015 

Un omaggio alle vittime della strage sulla spiaggia di Sua (Reuters).
Un omaggio alle vittime della strage sulla spiaggia di Sua (Reuters).

La ferita è ancora troppo fresca. E con essa il senso di orrore e di rabbia, di dolore e di condanna. Dopo l’attentato di venerdì scorso al resort di Sousse, che ha provocato la morte di 39 turisti, anche la piccola comunità cristiana che vive in Tunisia - e che rappresenta meno dell’un per cento della popolazione ed è costituita in gran parte da stranieri - condivide i sentimenti della popolazione tunisina. Che continua a dire «no» al terrorismo, come aveva già fatto dopo l’attentato al Museo del Bardo lo scorso marzo.

«Noi cristiani siamo parte del popolo tunisino e con il popolo tunisino condividiamo la stessa sofferenza per il terribile attentato di Sousse». L’arcivescovo di Tunisi, mons. Ilario Antoniazzi, è in partenza per Sousse. Ma prima di mettersi in viaggio, condivide lo sgomento che lui e la piccola comunità cristiana presente nel Paese stanno provando in questi giorni di lutto e sconforto.

«Pensavamo tutti che dopo l’attentato al Museo del Bardo si potesse voltare pagina. Ci sembrava che il peggio fosse passato, che si potesse guardare di nuovo al futuro con speranza. E invece è crollato di nuovo tutto. Mi accorgo della sofferenza dei cristiani che sono qui: pensavano che la Tunisia avesse passato questo temporale. Purtroppo non è così. Ma noi, come cristiani, non ci sentiamo nel mirino più di altri. Siamo davvero parte di questo Paese, sappiamo di essere rispettati ed apprezzati. Certo, poi c’è una certa propaganda che passa in televisione o su Internet, rispetto alla quale siamo ovviamente più sensibili. Ma non riguarda il popolo tunisino nel suo insieme, che ha dimostrato di volere democrazia, libertà e pace».

Ed è quanto continua a fare ancora oggi, con manifestazioni e proteste, ma anche con la solidarietà alla vittime e alle loro famiglie. Il popolo tunisino dice in tutti i modi che è determinato a non arrendersi alla logica del terrore. «Noi cristiani siamo qui proprio per sostenere la gente in questa resistenza e per dare loro speranza. Anche perché siamo tutti nella stessa barca. Le bombe non distinguono tra cristiani e non cristiani».

A Sousse, mons. Antoniazzi ha raggiunto il parroco locale, padre Jawad Alamat, che ha vissuto da vicino la strage dei turisti e che, pure lui, ha manifestato immediatamente la vicinanza alle famiglie delle vittime e al popolo tunisino, di nuovo funestato da questa ennesima strage: «La Chiesa è tra il popolo - dice padre  Alamat - noi soffriamo con la gente, preghiamo per il Paese e sosteniamo tutti gli sforzi perché la Tunisia continui sul cammino sano e pacifico che aveva cominciato».

Dal canto suo, l’arcivescovo è impegnato anche a organizzare, per settimana prossima, insieme a musulmani ed ebrei, un grande incontro nella Casbah, il cuore antico di Tunisi, in cui anche alcuni sopravvissuti porteranno le loro testimonianze. «Noi tutti leader delle diverse religioni - dice - porteremo un messaggio di pace e di speranza. Vogliamo dimostrare ai terroristi che non ci terrorizzano. Non dobbiamo lasciarci vincere dalla paura. Certo dobbiamo essere vigilanti. Anche il presidente Beji Caid Essebsi ha detto chiaramente che ci sono molti terroristi “dormienti” che potrebbero entrare in azione in qualsiasi momento. Dobbiamo restare vigili, ma soprattutto uniti e rifiutare qualsiasi atto di violenza. Dobbiamo continuare a dimostrare che non abbiamo paura».

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