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domenica 25 febbraio 2018
 
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Cardinale arcivescovo e biblista

Alle quattro del pomeriggio

«Erano circa le quattro del pomeriggio»: nell’originale greco si ha «l’ora decima», secondo il computo di allora. È una notazione curiosa ma signifi‚cativa quella che l’evangelista Giovanni offre nel suo racconto della vocazione di Andrea e Pietro, i primi discepoli di Gesù. Un racconto molto differente da quello degli altri evangelisti. Non siamo più sulle sponde del Lago di Tiberiade, ma nell’area di «Betania al di là del Giordano», quindi in una regione diversa, e la scena è sorprendente, pur nella quotidianità che è suggerita da quella indicazione cronologica pomeridiana.

È una scena molto mossa e affollata, che possiamo leggere integralmente in Giovanni 1,35-51. Si tratta di due quadri paralleli. Noi ora ci fermeremo sulla prima vicenda (1,35-42). Giovanni Battista e Gesù s’incrociano sulla stessa strada. Giovanni è accompagnato da due discepoli e a loro indica quell’uomo sui trent’anni che sta passando accanto a loro, defi‚nendolo come «l’agnello di Dio» (1,36). L’immagine per un ebreo rimandava all’agnello pasquale, segno della liberazione dalla schiavitù egiziana, secondo il rituale della Pasqua (Esodo 12).

Ma c’era un’altra allusione importante di taglio messianico. Isaia, infatti, cantava un misterioso Servo del Signore che sarebbe stato «come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, senza aprire bocca» (53,7). Egli si sarebbe caricato delle sofferenze del popolo peccatore e sarebbe stato tra‚tto per le colpe altrui come vittima espiatrice (53,4-5). Alcuni studiosi hanno fatto notare che nella lingua comune di allora, l’aramaico, un unico vocabolo, talya’, poteva designare sia l’“agnello” sia il “servo”, per cui il Battista avrebbe potuto alludere anche alla fi‚gura esaltata da Isaia intrecciando i due signifi‚cati.

Udite le parole del loro maestro, i due discepoli del Battista «seguirono» Gesù. Egli s’accorge che camminano dietro a lui e intesse un dialogo con loro e alla fi‚ne li conduce nella casa ove dimorava. Erano appunto le quattro pomeridiane. L’obiettivo dell’evangelista si sposta poi sui loro volti: uno si chiama Andrea e l’altro è, invece, innominato, per cui alcuni pensano che si tratti di Giovanni l’apostolo, mentre altri lo identi‚cano con Filippo che entrerà in scena nel secondo quadro che considereremo la prossima settimana.

Ora, quell’Andrea altri non era che il fratello di Simon Pietro. «Abbiamo trovato il Messia», gli dice appena lo incontra e lo conduce da Gesù. Andrea è come una mano che guida il fratello sulla strada che egli aveva già percorso. Così, alla fi‚ne i due, Gesù e Simone, sono l’uno di fronte all’altro. È interessante notare che il quarto evangelista ama i verbi di “vedere”, tant’è vero che ne usa ben cinque diversi. Qui introduce un giuoco degli occhi: «Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse...».

Ed ecco compiersi la vocazione di Simone, scandita dal mutamento del nome: «Tu sei Simone, ‚figlio di Giovanni; sarai chiamato Kefa, che significa Pietro» (1,42). Cambiare il nome nella cultura semitica signifi‚ca trasformare l’esistenza per un nuovo destino. Successivamente Cristo rinnoverà quella chiamata, sia a Cesarea di Filippo quando gli dirà: «Tu sei Pietro e su questa pietra edi‚ficherò la mia Chiesa» (Matteo 16,18), sia sul Lago di Galilea quando il Risorto per tre volte lo invierà a «pascere le sue pecore/agnelli» (Giovanni 21,15-17).


08 febbraio 2018

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