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Cardinale arcivescovo e biblista

Il segno di Cana e l’“ora” di Gesù

E’ una pagina ben nota del Vangelo di Giovanni (2,1-11) quella che incontriamo nel Lezionario del rito del matrimonio. «Fu invitato alle nozze anche Gesù coi suoi discepoli». Questa annotazione iniziale del famoso brano di Cana ha un significato tutto particolare quando risuona all’interno di una liturgia nuziale. Gesù è presente e partecipa alla festa nuziale di quella coppia del villaggio di Cana, a pochi chilometri da Nazaret. Ma da semplice testimone diventa protagonista trasformando quel rito e quella festa nel luogo privilegiato per una sua rivelazione gloriosa, anzi, come dice Giovanni con il suo linguaggio caratteristico, per offrire all’umanità un «segno».

Il miracolo è, quindi, come un indice puntato verso una realtà più alta e misteriosa. L’elemento spettacolare dell’acqua che si fa vino raffinato è quasi messo in sordina dall’evangelista, desideroso di svelarci in quel vino il «segno» della «gloria», cioè della divinità che si manifesta in modo perfetto in Gesù di Nazaret. Come si dice nella risposta distaccata di Gesù a sua madre, è solo nell’«ora», cioè nella morte e glorificazione del Cristo, che si svela il segreto dell’uomo Gesù di Nazaret. E il segno di Cana è un’anticipazione della rivelazione dell’ora della croce. Due sono i simboli fondamentali della rivelazione di Cana.

Il primo è proprio quello nuziale. Sappiamo che la profezia dell’Antico Testamento aveva amato rappresentare il legame tra Dio e Israele con i colori, le immagini e i sentimenti di due fidanzati o sposi. Era stato Osea a iniziare, usando come segno la sua appassionata e drammatica vicenda familiare; avevano continuato Isaia, Geremia ed Ezechiele, sempre convinti che «tuo sposo è il tuo creatore che per un breve istante ti può abbandonare ma che poi ti riprende con immenso amore» (Isaia 54,5.7).

Il Cantico dei cantici, nella rilettura tradizionale, da poema amoroso nel senso più alto e puro del termine, era diventato canto dolcissimo dell’abbraccio tra Dio e l’umanità. Anche Gesù vede nella realtà umana dell’amore nuziale un bagliore d’infinito. Ed è proprio in questo sfondo che egli si presenta come il Signore che ama e che salva, è su questo simbolo umano che egli tratteggia il Regno di Dio, luogo di amore e di comunione di Dio con le sue creature.

Il secondo simbolo è il vino, segno di gioia (Salmo 104,15), di benessere, di pace. Non per nulla la cornice dell’era messianica è quella di «un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (Isaia 25,6). Il vino che offre Gesù è, nel racconto del miracolo di Cana, il vino “buono” e l’ultimo: con questo segno Cristo svela la sua realtà segreta di Messia, che inaugura il tempo perfetto della pace messianica. La sua origine è misteriosa come quella di questo vino effuso dalle sue mani creatrici.

Nella tavola, nei boccali, nella festa di quella coppia, certamente più povera delle coppie che ora celebrano i loro matrimoni, Gesù ha scelto di rendersi presente rivelandosi in pienezza e generando la fede dei suoi discepoli.


03 luglio 2015

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