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Cardinale arcivescovo e biblista

Maschio e Femmina

«Dio creò l’uomo a sua immagine. A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò». Quante volte è stato ripetuto questo passo della Genesi (1,27) che afferma senza esitazioni la bipolarità sessuale come “immagine” divina, non tanto perché Dio sia sessuato, ma perché, generando, la coppia umana riproduce in sé stessa “l’immagine” del Creatore, sia pure solo come “somiglianza”.

Questo asserto è stato messo in crisi da una concezione che sta sempre più estendendosi a livello comportamentale, sociale e giuridico. La scrittrice francese Simone de Beauvoir, già nel 1949, ne Il secondo sesso, aveva citato questa formula che ben presto si era trasformata in una specie di vessillo: «Donna non si nasce, si diventa». Fu la culla nella quale è nata e cresciuta una teoria di cui spesso si parla ai nostri giorni, quella del gender (“genere”), secondo la quale la differenza sessuale tra uomo e donna non è riconducibile alla natura umana e, quindi, codificata per sempre.

Essa, invece, si formerebbe dalla deriva del fiume della cultura, anzi, sarebbe il risultato di un’artificiosa costruzione dei diversi ruoli sessuali da parte della società. Il delta a cui si è approdati, con i multi-gender, i trans-gender, i post-gender e così via, rivela la meta verso la quale si voleva tendere: superare la natura umana stessa, ritenuta uno stampo fittizio, ideologico, troppo rigido. Già il padre della psicanalisi, Freud, nel suo saggio Disagio delle civiltà del 1929, osservava che «il compito principale della cultura, la sua vera ragion d’essere è difenderci dalla natura».

Siamo, quindi, in un orizzonte ben diverso da quello cristiano. Ormai per molti sia l’idea di “legge” sia il concetto di “natura” sono da abbandonare come imposizione estrinseca rispetto alla libertà umana. È da qui che deriva la visione della verità come un dato meramente soggettivo, elaborato da ciascuno secondo la propria coscienza. È da qui che affiorano frasi “relativistiche” come: «Ognuno ha la sua morale», oppure: «Ciascuno si regola secondo una sua legge interiore».

È vero che l’ultima istanza è la propria coscienza, ma essa non può essere ridotta a un arbitrio, bensì comprende formazione, verifica, confronto. E qui entra in scena la discussione sulla natura umana in sé considerata, un tema da approfondire anche attraverso il contributo delle nuove scienze umane. Per quanto riguarda, invece, la teoria del gender, che è un corollario del rigetto del concetto di “natura”, contestare una simile visione non significa accettare la diseguaglianza dei sessi. Secondo la concezione classica, ogni creatura umana ha un’identica natura ma con modalità proprie.

Anche una “femminista” come Anne Stevens nel suo saggio Donne, potere, politica (Mulino 2009) affermava: «Esistono alcune differenze biologiche di fondo fra uomini e donne, riconoscibili nella vita quotidiana e tali da rendere sensato parlare di uomini e donne e attribuire gli aggettivi maschile e femminile ai membri dei rispettivi gruppi».


18 settembre 2015

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