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L'uomo che abolì la pena di morte

13/04/2013  Parla Robert Badinter, l'ex ministro francesce ora impegnato a migliorare le condizioni di vita dei detenuti e autore del libretto per un'opera lirica sul tema della giustizia.

Giustizia/Ingiustizia: è il titolo di un festival che il Teatro dell’Opera di Lione sta presentando in questi giorni (fino al 15 aprile). Un modo, per usare le parole del sovrintendente Serge Dorny (uno dei possibili candidati alla guida del Teatro alla Scala), “per coinvolgere un pubblico nuovo nell’opera lirica, per aprire dibattiti, per far riflettere e anche discutere”. Scorrendo i titoli programmati si trovano Fidelio di Beethoven, Il prigioniero di Dallapiccola, Erwantung di Schoenberg. E un’opera nuova: Claude, la vera sorpresa del Festival. Perché se è vero che ci sono uomini politici che amano rilassarsi con la musica, o scrivere libri, è assai raro che un ex ministro, Robert Badinter, si dedichi a un libretto d’opera.

Robert Badinter, 84 anni, è l’uomo che ha fatto abolire la pena di morte in Francia (nel 1981) e si è sempre battuto per la qualità di vita dei detenuti: è lui l’autore di Claude, ambientata a Clairvaux, carcere-manifattura francese. Un’opera nella quale si esegue una condanna a morte. “Sono partito dalla novella di Victor Hugo Claude Gueux ispirata ad un fatto vero”, ci spiega. “Claude è un uomo che si ribella, perché non può più mantenere la moglie e i figli e partecipa alla più grande insurrezione francese del 19° secolo. Viene incarcerato a Clairvaux. Dove, dopo l’ingiustizia sociale, subirà anche quella penitenziaria sotto forma di disumane condizioni di vita. Ucciderà il direttore e sarà a sua volta giustiziato. Ma nella storia c’era un altro personaggio, di nome Albin, che è compagno di prigionia di Claude. Andando a sfogliare tutte le carte del processo, ho scoperto che Claude ed Albin divennero amanti. Ed è questa la vera ragione dell’odio nei confronti di Claude. Insomma, l’odio dei carcerieri è nei confronti dell’altro, del “diverso”. E Clairvaux era un luogo che mangiava gli uomini, li sfruttava, li faceva soffrire”.

Nel suo scritto L’esecuzione, pubblicato prima della sua battaglia per l’abolizione della pena di morte, lei racconta di aver visto la ghigliottina proprio a Clairvaux. E la descrive “sola, al centro della grande corte, come un idolo o un altare malefico”. Cosa le ha ispirato questa immagine?

“Clairvaux era un convento. E’ stato trasformato da Napoleone in prigione e luogo di lavoro forzato. Ma ancora oggi è come percorso da un’aura divina. Era un monastero. Nel quale per secoli si è pregato, solo pregato. Un luogo abitato da Dio. In un attimo i monaci se ne vanno. E diventa un luogo di estrema sofferenza. Esattamente il rovesciamento. E’ terribile”.

E’ stata questa la ragione delle sue battaglie?
“Ho passato 60 anni della mia vita a lottare contro l’inumanità delle carceri, contro la violenza nella carceri. E devo dire che le energie spese contro questa lotta sono state più intense di quelle spese contro la pena di morte in Francia e fuori Francia. C’è nella società occidentale una relazione nascosta e sinistra fra le condizioni delle carceri e la società. Quando ero ministro ero l’uomo meno popolare del Governo. Tutti a spiegarmi:“Ma Roberto, i francesi non sono d’accordo contro l’abolizione della pena di morte”. E tutto ciò che ho fatto per migliorare le condizioni delle carceri è stata occasione di polemiche e tempeste politiche e proteste. Quando ho fatto mettere le televisioni nelle celle, mi hanno detto: e ora anche i sigari, lo champagne?! Perché queste crudeltà?, mi domandavo e mi domando. Alla fine mi sono resto conto che in una democrazia non si può concedere ai detenuti un livello di vita superiore a quello di un lavoratore libero, il meno pagato. Perché non sarebbe accettato”.

Torniamo all’opera. Non è facile a 80 anni trasformarsi in librettista!
“Gli amici scherzavano: già, ti è già riuscito di scrivere per il teatro. Vedrai cosa significa scrivere un’opera! E’ stato Serge Dorny a permettere che tutto questo si realizzasse. E l’opera è lo spettacolo più costoso e complesso che esista al mondo, non dimentichiamolo. Per me il vero autore di un’opera rimane però il compositore (in questo caso Thierry Escaich, anche lui alla prima esperienza, ndr): diciamo il Don Giovanni di Mozart, non di Da Ponte. Escaich è una persona gradevolissima, simpatica. Mi sono messo d’accordo in questo modo: tu procedi con la composizione della musica, gli ho detto, e tutto quello che c’è da cambiare, me lo dici e io lo cambio. Io non sono che l’autore modesto del libretto. E poi il terzo protagonista dell’opera moderna è il regista. E qui devo dire che Oliveri Py ha fatto un lavoro sconvolgente. Ha reso e l’atmosfera di un luogo terribile come la prigione di Clairveaux”.

La situazione delle carceri italiane è stata spesso denunciata per le condizioni inumane. Però ci sono progetti musicali, teatrali, di riabilitazione. Cosa ne pensa?

“E’ importantissimo che si faccia tutto ciò. Basta ribaltare la domanda e chiedersi come fare perché la pena, che è sempre sofferenza, riabiliti. Bene, io ho visto detenuti che hanno compiuto crimini molto gravi cambiare e ritrovare un posto nella società grazie a progetti educativi, al computer, allo studio, alla cultura”.

Lei pensa che un’opera apra il dibattito?
“Non ne sono convinto fino in fondo. Credo innanzitutto che l’opera sia una finestra sulla bellezza. Non so se questo elargisca anche pensieri, o apra altre prospettive. Diciamo che nel mio caso mi ha affascinato il gioco del teatro. Mi dà piacere. E se qualche cosa fa piacere, perché non concedersela?”

Quindi lei ama l’opera e la musica?
“Io amo moltissimo l’opera. Da sempre. Suono il pianoforte perché appartengo a una generazione nella quale per la piccola borghesia suonare il pianoforte era normale. Ho ripreso dopo 40 anni. La musica più grande che esista sono le Variazioni Goldberg di Bach: uno sguardo sull’eternità. Ora suono Bach, Schumann. Ma non disturbo i miei vicini! Solo mia moglie ha il privilegio di ascoltarmi”.

Un suo sogno?

“Vorrei che Claude venisse rappresentata in altre città. E ci terrei moltissimo che venisse portata in Italia. Ha idea di un teatro?”.

Gli diciamo Palermo. E lui aggiunge: “Non sapevo avesse un grande palcoscenico. Certo, Palermo, la Sicilia… Parlare di giustizia lì sarebbe d’attualità”.

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