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La vita è una grande gara e le ferite non possono fermarci

23/09/2021  Gli atleti paralimpici non si sono lasciati bloccare dalle situazioni difficili della vita. La riflessione del teologo Gaetano Piccolo

Sulla scia dei successi italiani alle Olimpiadi di Tokyo, i mezzi di comunicazione hanno dato ampio e opportuno risalto anche alla paralimpiadi, cioè a quelle competizioni che da decenni ormai vedono impegnati atleti con disabilità. Devo ammettere che guardare queste gare paralimpiche è ogni volta una lezione di vita. E lo è ancora di più per il fatto che queste competizioni seguono immediatamente le Olimpiadi. Generalmente, infatti, gli atleti puntano su prestazioni eccezionali, si impegnano per anni per raggiungere un obiettivo, il rischio è perciò che l’Olimpiade si trasformi in una cocente delusione, un’esperienza frustrante e deludente. Sarà capitato anche quest’anno a diversi atleti. Chissà se proprio loro hanno dedicato però un po’ di tempi ad assistere alle gare dei loro colleghi segnati dalla vita, nati con malformazioni o che, in seguito a un incidente o a una malattia, si sono ritrovati con un corpo apparentemente limitato. Questi atleti sono diventati infatti maestri di vita: hanno dimostrato che non bisogna lasciarsi bloccare o spegnere dalle situazioni difficili e traumatiche della vita. Non bisogna arrendersi perché si possono raggiungere nuovi risultati o addirittura prestazioni inimmaginabili solo se lo desideriamo e se continuiamo a lottare. Da sempre lo sport è una metafora di quello che succede nella vita in generale: siamo tutti in una grande gara, che è la vita, nella quale ciò che conta è continuare a correre. È comprensibile che davanti agli incidenti della vita all’inizio ci scoraggiamo: tutto ci sembra finito. Eppure, proprio come questi atleti paralimpici, è sempre possibile ritrovare in noi nuove risorse per continuare la nostra gara verso la meta. Il nostro obiettivo è infatti quello di poter dire alla fine: non ho smesso si lottare! Le ferite che, nostro malgrado, ci portiamo addosso, non sono mai inutili, ma dicono chi siamo, raccontano la strada che abbiamo fatto. Gesù stesso, quando appare ai discepoli dopo la risurrezione, si fa riconoscere proprio attraverso le sue ferite, che dicono il suo amore per noi: non sceglie di farsi vedere con un corpo risanato, ma si lascia vedere con i segni che la Passione ha lasciato su di lui.

 
 
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