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Don Paolo Papone, il parroco del Cervino

04/02/2021  Ogni passo una preghiera: per il sacerdote di Valtournenche salire le montagne è un’occasione per rivolgersi al Signore e per condividere la vita del popolo della montagna

Da quattordici anni la sua vita gravita letteralmente intorno al monte Cervino. Don Paolo Papone, 59 anni, infatti non è soltanto il parroco di Valtournenche e Cervinia, ma anche un appassionato alpinista che, per il suo amore per la montagna, è stato insignito dell’onorificenza di guida alpina onoraria. Studi biblici a Torino, Roma e Gerusalemme, è considerato il degno erede dell’abbé Gorret, il prete di Valtournenche che, nel 1865, aprì per primo la via italiana al Cervino. Prete vicino ai suoi fedeli, don Paolo è anche un uomo molto attento alla cura del creato e nutre un enorme rispetto per l’alta quota, che considera uno spazio privilegiato dal punto di vista spirituale, dove − anche solo con il respiro − ci si può rivolgere a Dio e pregare.

Don Paolo, quando ha scoperto la sua vocazione?

«Da ragazzo non frequentavo la Chiesa. È stato al momento di lasciare Aosta per iniziare gli studi di Medicina all’Università di Siena che ho sentito l’esigenza di stare un momento da solo. Grazie a un amico prete ho trascorso quattro giorni nel monastero di Hautecombe, nella Savoia francese, e al mio ritorno non ero più lo stesso. Era successo qualcosa. Una sera, dopo la Compieta, mentre pregavo al buio rivolto al tabernacolo, di fronte a me ho avuto la netta percezione di una presenza che mi ha riempito l’anima e i polmoni. Ricordo che tornai in stanza facendo le scale quattro gradini alla volta. E il mattino successivo decisi di iniziare la mia nuova vita cristiana confessandomi a un monaco del monastero».

Com’è poi proseguito il suo percorso spirituale?

«Sono partito per la Toscana e ho cominciato l’università senza mai smettere di pregare, fino a quando è arrivata da dentro la parola “prete”, che inizialmente mi ha torto un po’ le budella ma che mi donava anche molta serenità. Dopo poco ho lasciato Siena per Torino, proseguendo gli studi per nove mesi. Il giorno in cui comunicai la decisione di entrare in seminario ai miei compagni del pensionato universitario, ai quali nel tempo libero insegnavo rock acrobatico, non ci volevano credere. Dopo cinque anni di seminario ad Aosta, ho trascorso quattro anni a Roma studiando al Pontificio istituto biblico (di cui sei mesi a Gerusalemme), dove ho conseguito la licenza in Scienze bibliche e successivamente, tornato ad Aosta, ho proseguito gli studi per il dottorato alla Lateranense. Nel frattempo, insegnavo Sacre Scritture in seminario e sostituivo i preti malati o defunti in giro per la Valle, fino a quando mi è stata assegnata la mia prima parrocchia a Charvensod, per cinque anni, poi La Thuile, per sette anni, e infine Valtournenche e Cervinia, dove sono ora, rispettivamente da quattordici e undici anni».

Com’è oggi il suo rapporto con i fedeli?

«Ho sempre avuto dei rapporti molto buoni con i miei parrocchiani, direi di amicizia. Quando sono arrivato a Valtournenche nel 2006 la comunità mi ha aiutato fin da subito. Con circa 2.200 parrocchiani nell’intero territorio comunale, le due parrocchie di Valtournenche e Cervinia sono profondamente diverse tra loro. La prima vive di ritmi regolari, la seconda si basa sulla stagionalità turistica: in periodo di alta, tutti lavorano a testa bassa, per poi “scappare a riposarsi” quando termina la stagione. Più che offrire la Messa, la confessione e il catechismo, non ci si può inventare grandi cose. Forse la pastorale migliore per Cervinia, sia per la gente del posto sia per i turisti, era quella che faceva il parroco precedente che, anziano, passava ore sulla panchina davanti alla chiesa e lì incontrava la gente di passaggio, creando un legame forte. Da parte mia ho altre carte da giocare, per esempio la montagna».

A proposito di montagna, com’è nato questo suo amore?

«La mia prima memoria della montagna è proprio a Cervinia, dove a 6 anni i miei genitori mi portarono per sfuggire all’allergia ai pollini. Fui aggregato a un gruppetto guidato da un prete che andava al Bec Pio Merlo. Ricordo che, arrivati sotto il dente di roccia, quel prete mi legò alla sua corda, salì per primo e poi mi aiutò ad arrampicarmi fino alla cima. Quel gesto mi rese consapevole di quanto fosse bello affrontare un ostacolo e rendersi conto che lo puoi superare, di quanta sicurezza ti dà in te stesso. A partire dai dieci anni, mio papà ha cominciato a portarmi in montagna con lui, facendo sempre un po’ di più, dalle cime di “casa” come la Becca di Nona o l’Emilius fino alle salite sul ghiacciaio e ai Quattromila. Non dimentico la mia fierezza quando tirava fuori dallo zaino la corda perché voleva dire che avremmo affrontato qualcosa di impegnativo e pericoloso e io mi sentivo un “ometto”. Durante il seminario e poi a Roma ho messo in stand by la mia passione che è riemersa con il ritorno in Valle d’Aosta».

Che tipo di relazione ha con le cime?

«Valtournenche e Cervinia gravitano intorno al Cervino, che è inevitabilmente il punto di riferimento dei discorsi e dei pensieri. Ci salii per la prima volta a trent’anni con mia madre e mio fratello ma dalla parte svizzera e non mi aveva entusiasmato granché. Un anno dopo il mio arrivo da parroco, invece, provai la via italiana e mi piacque molto. Da allora, in questi anni, ho scalato quasi tutte le creste del Cervino, anche le più impegnative».

Grazie alle sue imprese nel 2016 ha ricevuto la piccozza di guida alpina onoraria del Cervino...

«Sì, ho condiviso e condivido molto della vita delle guide alpine, dall’amore per la montagna ai momenti difficili come i funerali che, purtroppo, talvolta coinvolgono la Società delle Guide, fino alle ricerche storiche sull’alpinismo. Credo che la Messa trilingue, con un patto di amicizia tra guide italiane, svizzere, francesi e inglesi, che celebrai nel 2015 in occasione del 150° anniversario della prima salita al Cervino, sia stato un passaggio storico».

Che cosa prova quando va in montagna?

«Cambia nettamente se sono solo, in due o in più di due. In due, se si crea una buona sintonia, dopo un paio d’ore ci si ritrova a parlare di argomenti molto importanti e profondi; se invece vado da solo, è tutto un altro discorso. Quando sto faticando e sono vicino al mio limite è impossibile pensare ma, al ritorno, i pensieri si sono riquadrati e messi in ordine da soli, in modo automatico. Se, invece, faccio camminate o arrampicate più soft, mi viene spontaneo recitare l’Ave Maria, l’Angelo di Dio o la preghiera del pellegrino russo, una specie di “mantra” («Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore») che dico metà inspirando e metà espirando e, con il suo automatismo, mi offre l’occasione a ogni respiro di rivolgere l’attenzione al Signore. Così il mio andare da solo non è mai solitudine: sono sempre in dialogo con un “Tu”».

John Ruskin ha scritto che le montagne sono «le cattedrali della terra». Lei cosa ne pensa?

«Non mi sono mai rivolto alla montagna in quanto tale ma a Dio nel contesto della montagna, però conosco persone che dialogano con essa e le chiedono il “permesso” di salire. In estate spesso celebriamo le Messe all’aperto: al santuario di Clavalité, alla cappella de la Salette o alla chiesetta degli Alpini di Cervinia dove, il 19 luglio del 1991, celebrò l’Eucaristia san Giovanni Paolo II che, quasi ogni anno, veniva in vacanza in Valle d’Aosta. In fondo, per i cristiani la chiesa non è un tempio, non è il luogo in cui abita la divinità, ma dove s’incontra la comunità alla presenza di Dio: che sia open air o in parrocchia, ciò che cambia è solo il respiro e la vista, piena di meraviglia naturale anziché artificiale».

Nell’enciclica Laudato si’, papa Francesco ha posto l’attenzione sulla cura dell’ambiente. Qual è, in proposito, il suo punto di vista da parroco di montagna?

«Nell’Ottocento i cattolici hanno cominciato ad andare in montagna vivendola come uno strumento educativo, con spirito di prudenza, bellezza e preghiera, collocando spesso croci e madonnine sulle vette. Ciò è stato visto come una sorta di colonizzazione delle cime ma penso che oggi, se non ci fossero quei riferimenti, paradossalmente mancherebbe qualcosa da sentire come meta. Il discorso della cura del creato, invece, è più recente. Papa Francesco ha esteso il concetto di “cura” dalle opere di misericordia all’ambiente: provenendo dall’America latina è consapevole che non è possibile curare le persone se non ci si prende cura parallelamente del creato. La Chiesa può stimolare le coscienze. Personalmente, agisco anche concretamente. Quando c’è la corvée (la pulizia delle strade poderali e dei ruscelli), passo con i sacchetti della spazzatura sui sentieri e raccolgo i rifiuti: una volta ho persino recuperato da un torrente una ruota di trattore con il paranco e le corde».

Da alpinista, qual è il suo prossimo sogno?

«La parete nord del Cervino, che conosco passo per passo ma che non ho mai fatto. Per la mia passione alpinistica sono stato paragonato all’abbé Gorret, il prete alpinista che nel 1865 è stato protagonista dell’apertura della via italiana al Cervino. Con una battuta, rispondo che non bevo abbastanza per reggere il confronto con l’abbé Gorret… In realtà, il paragone mi fa molto piacere perché come lui mi sento un parroco vicino alla gente di montagna».

Don Paolo Papone: l'identikit

  

Età 59 anni

Professione Parroco di Valtournenche e Cervinia (Ao)

Famiglia I genitori l’hanno avviato all’alpinismo

Fede Capace di godere delle meraviglie del creato

Laudato si'. Enciclica sulla cura della casa comune. Guida alla lettura di Carlo Petrini

€ 5,90 € 5,60 -5% Editore: San Paolo Edizioni Collana: I Papi del terzo millennio Pubblicazione: 18/06/2015 Formato: Libro rilegato ISBN: 9788821594267 "In larga parte è l'uomo che prende a schiaffi la natura, continuamente. Noi ci siamo un po' impadroniti della natura, della sorella terra, della madre terra. Un vecchio contadino una volta mi ha detto: 'Dio perdona sempre, noi gli uomini perdoniamo alcune volte, la natura non perdona mai, se tu la prendi a schiaffi lei lo fa a sua volta. Credo che noi abbiamo sfruttato troppo la natura". (Papa Francesco) Con coraggio e lungimiranza, papa Francesco affronta in questa nuova, attesa enciclica, la seconda del suo pontificato, un tema di tipo sociale ed ecologico, oltre che di fede: la tutela dell'ambiente e del Creato.

 
 
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