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Credere

I religiosi come papa Francesco: ecco come stanno cambiando

27/01/2016  Frati, monaci, missionari. Un libro-inchiesta fotografa le comunità maschili alla vigilia della chiusura dell’Anno della vita consacrata

Il 2 febbraio si conclude ufficialmente l’Anno della vita consacrata indetto da papa Francesco. In coincidenza con questo importante evento, la Libreria Editrice Vaticana pubblica il volume Viaggio nella vita religiosa, che condensa 14 conversazioni con altrettanti superiori di diversi istituti religiosi. Credere ha intervistato l’autore, il giornalista Riccardo Benotti. Non è un mistero che molti ordini e congregazioni vivano oggi una profonda crisi. C’è chi — come padre Timothy Radcliffe, ex maestro generale dei Domenicani, nell’introduzione al suo libro — ne prende atto coraggiosamente: «Il nostro obiettivo non è quello di perpetuare le nostre istituzioni. Gesù non ci ha detto: “Sono venuto perché possiate sopravvivere e sopravvivere in abbondanza”».

È una consapevolezza diffusa?

«In cinquant’anni, dalla chiusura del Concilio a oggi, i religiosi sono diminuiti di oltre un terzo e ora sfiorano quota 200 mila. Anche i giovani che scelgono di consacrarsi sono cambiati: se un tempo, come testimonia la maggioranza dei superiori che ho incontrato, la vocazione nasceva in tenera età, adesso è sempre più frequente incontrare adulti che hanno già terminato gli studi universitari e magari vantano un’esperienza lavorativa alle spalle. La consapevolezza della gravità del fenomeno è senz’altro diffusa. Il calo numerico è fonte di preoccupazione, soprattutto quando vengono a mancare le forze in missioni significative, ma non di scoraggiamento. La vita consacrata sta conoscendo una fase di rinnovamento e di crescente coinvolgimento dei laici».

Il dilemma attuale della vita religiosa è ben sintetizzato, nel libro, da Notker Wolf, abate primate della Confederazione benedettina: «Viviamo un tempo di passaggio. È molto difficile: alcuni vorrebbero tornare alle origini, altri accomodarsi al contesto secolare»…

«Il mondo è da sempre una sfida per i religiosi. La tendenza a una tranquilla vita borghese rischia di mettere in discussione l’identità stessa del consacrato. È quello che vediamo in molte comunità, soprattutto occidentali: la sicurezza di avere tutto ciò di cui si ha bisogno può portare a un appiattimento della vita dei religiosi, che li allontana dalle persone. I superiori sono coscienti dei pericoli che si corrono per l’individualismo, l’eccesso di attivismo, la secolarizzazione della vita comunitaria e la scarsa formazione permanente. Se una congregazione dimentica il fondatore, perde la sua ragione d’essere. È la stessa cosa che accade in una famiglia, quando la coppia smette di coltivare l’amore. Il carisma è il motore della missione. Se lo si dimentica, l’infedeltà è dietro l’angolo».

Nel libro lei racconta che i Cistercensi sono cresciuti molto in Vietnam, al punto che oggi metà dei membri (uomini e donne) viene da quel Paese. Ci sono altri casi del genere?

«Penso alla comunità dei Maristi blu ad Aleppo: tre religiosi fratelli e una trentina di laici, in una città martoriata dalla guerra, rispondono ogni giorno alle necessità di centinaia di persone che hanno perso tutto e non hanno più nemmeno il cibo per i figli. E, ancora, la singolarità dei Verbiti che, in controtendenza rispetto alla crisi delle vocazioni, continuano ad avere un numero stabile di circa 6 mila missionari in 80 Paesi da almeno un decennio».

Papa Francesco, nel suo celebre discorso ai religiosi, disse: «Svegliate il mondo!». Come oggi la vita religiosa cerca di rispondere a quell’appello?

«Anzitutto seguendo l’esempio di papa Francesco, che è un religioso. Per svegliare il mondo, come ricorda qualche superiore, bisogna essere svegli! E questo è possibile soltanto se si è disposti a mettersi in gioco dove c’è bisogno, a costo di perdere la vita. La vita religiosa deve abitare le periferie, essere ospedale da campo, prendersi cura delle ferite del popolo di Dio, promuovere l’educazione delle nuove generazioni. L’impegno a cui è chiamata è profetico: la forza non è nei grandi numeri, ma nel valore della testimonianza della misericordia di Dio».

La sfida dell’internazionalità è uno dei temi ricorrenti nelle interviste ai superiori. Cosa può dire in merito?

«La Chiesa è universale per vocazione e per missione. La ricchezza di vivere con persone diverse per lingua e cultura è fondamentale per comprendere i reali problemi della gente a ogni latitudine. Fra Bruno Cadoré, maestro dei Domenicani, sostiene che “a Roma si ha un’immagine della Chiesa particolare, che forse non esiste realmente”. È difficile dargli torto: se pensiamo che 62 super miliardari possiedono quanto metà della popolazione del mondo, ci rendiamo conto che la povertà ci tocca soltanto di striscio. L’internazionalità dei religiosi aiuta ad afferrare queste dinamiche e a trovare risposte alle situazioni concrete. È quello che ha fatto padre Heinz Kulüke, superiore generale dei Verbiti, che è stato per anni nelle Filippine tra discariche di rifiuti e quartieri a luci rosse».

In più interviste ritorna il problema degli abusi sessuali. Lei ha l’impressione che la gravità della situazione abbia trovato risposte adeguate da parte dei superiori di ordini e congregazioni?

«Se guardiamo al passato, è evidente che non è stato fatto abbastanza e non si è compresa la gravità del problema. Oggi, però, il clima è cambiato e gli istituti religiosi, in particolare quelli a contatto con i giovani, si sono dotati di protocolli di prevenzione e di intervento nel rispetto della legge. Anche la selezione dei candidati e la formazione dei seminaristi è più attenta. D’altra parte, la direzione impressa alla Chiesa da Benedetto XVI e da Francesco è chiara: nessuna indulgenza verso chi si macchia di simili crimini, anche se indossa l’abito talare».

Un altro tema “caldo” è quello del rapporto con i mezzi di comunicazione sociale, specialmente Internet. Come si misurano istituzioni spesso secolari con le novità tecnologiche attuali?

«C’è chi ha difficoltà a coniugare la vita contemplativa con la pervasività delle nuove tecnologie e chi sfrutta tutte le opportunità offerte dai mezzi di comunicazione sociale per annunciare il Vangelo. In un monastero può essere difficile gestire il ritmo imposto dalla Rete, la filosofia del “tutto e subito”. D’altra parte, Internet può rappresentare anche una piazza digitale dove dialogare con il mondo pur rimanendo dietro a una grata. Poi ci sono congregazioni, come i Paolini, che si dedicano completamente ai media. Il loro superiore, don Valdir José De Castro, cita don Giacomo Alberione per ribadire l’importanza della comunicazione: “San Paolo sarebbe stato un ottimo giornalista”».

Un libro Sui consacrati

Il volume Viaggio nella vita religiosa, edito dalla Libreria Editrice Vaticana (2015), racchiude le conversazioni che l’autore Riccardo Benotti ha avuto con i superiori generali di 14 istituti religiosi, che si raccontano in tutta la loro umanità. La prefazione è di Timothy Radcliffe, frate e scrittore di fama mondiale.

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