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Il gelato fatto “al fresco” arriva all’Expo

17/08/2015  È l’ultima impresa dell’Officina Giotto: dopo la pasticceria, i panettoni, le colombe, ora il consorzio sociale ha aperto “La Gelateria del carcere”, che ha portato a 140 i detenuti che possono lavorare al “Due Palazzi” di Padova. E il 17 agosto presentano i loro prodotti all’Expo di Milano.

Qui e in copertina: "La Gelateria del carcere", aperta da Officina Giotto, dove arriva il gelato prodotto dai detenuti del carcere di Padova. Nel negozio lavora personale esterno.
Qui e in copertina: "La Gelateria del carcere", aperta da Officina Giotto, dove arriva il gelato prodotto dai detenuti del carcere di Padova. Nel negozio lavora personale esterno.

“Lavorano al fresco”, nel vero senso della parola, Francesco e Maurizio, detenuti del carcere “Due Palazzi” di Padova. Sono i gelatai artigiani che, sotto la sapiente guida dei maestri Alessandro e Lorenzo, realizzano l’ultimo nato di Officina Giotto: il gelato, 16 gusti di base e altri a rotazione, secondo la stagionalità.

Grazie a loro, ha potuto aprire, nella centralissima via Eremitani 1, a Padova, “La Gelateria del Carcere”, che fa parte delle attività alimentari gestite dal Consorzio sociale Giotto, che dal 2001 offre lavoro ai detenuti.

La gelateria si va ad affiancare alle attività consolidate: la pasticceria ­– dove lavorano 25 artigiani seguiti da cinque maestri pasticceri ­– la fabbricazione di biciclette, l’assemblaggio delle valigie, la realizzazione delle chiavette digitali per la firma elettronica e i call center, dove sono impiegati 60 detenuti. Quest’ultimo è uno dei lavori più ambiti, perché mette in relazione con l’esterno.

Un piccolo distretto artigianale dentro il carcere, che complessivamente dà lavoro a 140 detenuti sui 700 totali. «Il nostro obiettivo è la massima qualità». dice il presidente di Officina Giotto, Nicola Boscoletto. «I prodotti non devono essere apprezzati, perché fatti in carcere, ma perché sono così buoni da misurarsi con i migliori; noi ricerchiamo l’eccellenza. Il sociale non dev'essere una scusa per fare le cose meno bene degli altri».

- Boscoletto, perché proprio il gelato?

«Perché, essendo noi ormai famosi per colombe e panettoni, che sono produzioni con una stagionalità molto pronunciata, ci ritroviamo con picchi di lavoro in alcuni momenti dell'anno e meno in altri. Nel 2014, abbiamo prodotto circa 84 mila panettoni e 15 mila colombe, 200 chili di pasticceria fresca la settimana, 1.500 brioche al giorno. Il gelato è un’idea coerente con il resto della nostra produzione. A Natale facciamo i panettoni, a Pasqua, le colombe, a giugno i dolci dedicati a sant'Antonio, restava da coprire l’estate. Ed ecco i gelati, naturali, senza additivi, prodotti freschi ogni mattina in carcere e poi portati alla gelateria, dove lavora personale esterno. Ci siamo rivolti alla Coldiretti per conoscere giovani imprenditori e rifornirci da loro per le materie prime. Così la rinascita che questi prodotti comporta per chi li produce, aiuta anche la rinascita di ragazzi che scommettono ancora sull'agricoltura, sul territorio e sulle produzioni di qualità».

Un'altra delle attività dell'Officina Giotto per i detenuti di Padova: la pasticceria, che diffonde i suoi prodotti in 200 punti vendita.
Un'altra delle attività dell'Officina Giotto per i detenuti di Padova: la pasticceria, che diffonde i suoi prodotti in 200 punti vendita.

Un lavoro vero riduce la recidiva

La gelateria è aperta il lunedì dalle 15 alle 23; dal martedì al giovedì, dalle 10.30 alle 23; il venerdì e sabato, dalle 10.30 alle 24.

Intanto, lunedì 17 agosto, gelati e dolci sono al Padiglione Coldiretti “No Farmers No Party”, all'Expo di Milano. Una vetrina internazionale per prodotti che nascono con la vocazione a varcare i confini, non solo per gli ordini che arrivano da tutto il mondo e per i 200 punti vendita che propongono le delizie di pasticceria Giotto, ma anche per le numerose realtà sociali e imprenditoriali che prendono esempio dal consorzio padovano per realizzare imprese analoghe: dal Venezuela al Portogallo, da Chicago al Brasile.

In Italia solo 800 su 54 mila detenuti lavorano in carcere con cooperative o imprese esterne, e altri 1.300 circa lavorano fuori dal carcere. Ovvero solo 2.000 persone sul totale hanno un lavoro vero.

«La recidiva media in Italia è del 70 per cento. E probabilmente si tratta di una sottostima, perché fa riferimento a quanti la polizia riesce a riprendere. Pertanto, quasi in tutti i casi, chi esce dal carcere, torna a delinquere», riprende Boscoletto. «Per le persone che hanno la possibilità di lavorare durante la carcerazione con realtà come la nostra e proseguono poi con l’inserimento lavorativo in misura alternativa, la recidiva si abbatte del 2/3 per cento. Chi esce ha una professionalità da spendere, ha fatto esperienza di che cos'è un lavoro vero. Teniamo presente che moltissimi fra i detenuti non hanno mai lavorato in vita loro; chi arriva da noi spesso non ha competenze, a volte non sa neppure leggere e scrivere, perciò dobbiamo agire sulla motivazione e dobbiamo far forza sulle competenze residue della persona per sviluppare tutto il resto. Abbiamo elaborato una metodologia specifica, assieme al nostro ufficio sociale. Far lavorare una persona in carcere non è come far lavorare uno fuori».

Uno dei 25 artigiani pasticceri che lavorano con l'Officina Giotto, guidati da 5 maestri pasticceri.
Uno dei 25 artigiani pasticceri che lavorano con l'Officina Giotto, guidati da 5 maestri pasticceri.

"Il lavoro è ciò che dà dignità alla persona, come dice papa Francesco"

  

- “Mia figlia fa l’università e la mantengo io”, mi ha detto un detenuto. E un altro: “Il giorno più brutto della settimana è la domenica; quando lavoro, mi sento meglio”. L’opportunità di lavorare accresce l’autostima?

«Certo, perché permette di invertire la situazione, all’inizio sei totalmente dipendente dalla famiglia, e magari te ne vergogni, dopo torni a essere autonomo e a contribuire, se non con la presenza, almeno economicamente. Chi svolge un lavoro qualificato, prende sui 900-1.000 euro al mese, e riesce a mandarne a casa 400-500. Questo permette una diversa valutazione del proprio passato e aiuta a migliorare il rapporto con la famiglia. Inoltre, se dentro al carcere non hai un minimo di indipendenza economica, per qualsiasi necessità devi ricorrere a qualche altro detenuto e ne diventi schiavo».

- Come scegliete i lavoratori?

«Lavorare è l'aspirazione di tutti, fa sentire un po' privilegiati. La selezione spetta alla Direzione del carcere e nasce da un concorso di valutazioni; sono loro che ci propongono chi assumere. Il fatto di avere più lavorazioni, ci permette di individuare il lavoro più consono a ogni detenuto, pertanto lo straniero, che non sa bene la lingua, non lo mandiamo al call center, lo impieghiamo piuttosto alle valigie o in cucina. Ma, al di là della tipologia, il lavoro è ciò che dà dignità alla persona, come dice papa Francesco. Noi abbiamo constatato che il lavoro in carcere permette a tanti di rialzare la testa e di riscoprire il proprio valore, sentendosi nuovamente mariti, padri, figli, fratelli».

 
 
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