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venerdì 18 settembre 2020
 
I dati, spiegati bene
 

Matrimoni e famiglia secondo l'Istat

21/11/2019  Più prime nozze, ci si sposa sempre più tardi, aumentano le unioni civili, un bambino su tre non ha i genitori coniugati. Come vanno interpretati questi e altri dati, pubblicati dall'Istat, relativi ai matrimoni celebrati nel 2018?

195.778 matrimoni sono tanti o pochi? Per rispondere a questa apparentemente ingenua ma fondamentale domanda occorre fare un breve excursos storico. Negli anni ’70 del secolo scorso, i matrimoni in Italia superavano i 400.000 (!) all’anno. Nei decenni successivi, sono costantemente calati, ora più ora meno, fino ad arrivare ai poco meno di 190.000 del 2014. Negli anni successivi hanno visto una sorta di altalena, 194.000 nel 2015; 203.000 nel 2016; 191.000 nel 2017.

Per tornare allora alla domanda iniziale, ed esprimendola in modo più compiuto, il dato dei matrimoni celebrati nel 2018 pubblicato in questi giorni dall’Istat come va giudicato? È un dato positivo o negativo, visto con l’ottica di chi ha a cuore le sorti della famiglia in Italia, perché la vede come un elemento di coesione, sostegno, cura, sviluppo anche non solo e non tanto per i cattolici, ma per l’intero tessuto della nostra società?

La risposta, come sempre in questi casi, non può essere tranchant, un netto sì o no. Indubbiamente, vi sono degli aspetti positivi, ed altri più problematici. Certamente, il fatto che i matrimoni nel 2018 siano stati circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente,e  quasi tutti dovuti all’aumento delle prime nozze, è un segnale positivo. Vista anche l’altalena degli ultimi anni di cui abbiamo illustrato i dati sopra, sembrerebbe quindi che la diminuzione vertiginosa a cui abbiamo assistito nel primo decennio degli anni 2000 si sia arrestata, e prevalga una certa stabilità. Tra l’altro, un fattore molto importante – ma spesso ignorato dai commentatori – che concorre a spiegare il calo dei matrimoni è il cosiddetto fenomeno del “degiovanimento”, come lo definisce l’Istat. Cioè, la fortissima contrazione delle nascite  che negli ultimi decenni ha interessato (e continua a interessare) il nostro Paese ha determinato una netta riduzione della popolazione tra 16 e 34 anni: al 1° gennaio 2018 erano quasi 12 milioni, un milione e 200 mila in meno rispetto al 2008. Quindi, meno giovani in età da matrimonio, e conseguentemente meno matrimoni.

Proprio l’età è uno dei dati più rilevanti (e preoccupanti) segnalati dall’Istat. Infatti, attualmente gli uomini che si sposano per la prima volta hanno in media 33,7 anni, le donne 31,5, rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008. Un’età che purtroppo in Italia siamo portati a considerare “normale”, ma che se confrontata con il resto d’Europa segnala un grave ritardo dei nostri giovani nell’uscita di casa, e quindi nell’assunzione in piena autonomia del proprio ruolo adulto nella società. Infatti, nel 2018 in Italia vivevano ancora nella famiglia di origine il 67,5% dei maschi tra 18 e 34 anni e il 56,4% delle loro coetanee, mentre la media europea è complessivamente è attorno al 48%. Un ritardo che inevitabilmente si riflette anche su tutte le altre scelte di vita, e sulla dinamicità complessiva dell’intera società. Non a caso le statistiche economiche da vari anni segnalano un’Italia “ferma”, al palo rispetti all’innovazione, alla ricerca, alla voglia di uscire dalla stagnazione. Possiamo senz’altro dire che una buona parte di quel ritardi nasca proprio qui, dalla progressiva posticipazione delle scelte matrimoniali e generative.

Molti media hanno scelto di “lanciare” questo report sottolineando come qualcosa di epocale il “sorpasso” dei matrimoni con rito civile – arrivati al 50,1% - su quelli con rito religioso. In particolare, la modalità di celebrazione del rito segnala una profonda spaccatura tra il Nord e il Sud Italia. Al Nord, i matrimoni civili raggiungono infatti il 63,9%, mentre al Sud si fermano a meno della metà: 30,4%. Come spiegare questi dati?

Indubbiamente, nel corso degli anni si è osservata una costante crescita dei matrimoni civili, e conseguentemente il calo dei matrimoni religiosi. I numeri vanno però analizzati un po’ più in profondità. Infatti, per valutare l’effettiva “tenuta” dei matrimoni religiosi bisogna scorporare dal numero totale dei matrimoni le seconde nozze (in gran parte precedute da un divorzio per almeno un partner, e di conseguenze escluse dalla cerimonia religiosa), ed anche i matrimoni in cui almeno uno sposo è straniero, che ricorrono al matrimonio “concordatario” in misura ridottissima (attorno al 10%). Considerando quindi che nel 2018 le seconde nozze sono state il 19,9% del totale, e i matrimoni in cui almeno uno sposo è straniero il 17,3%, è sul 62,8% del totale dei matrimoni (pari a 134.249) che va calcolata la percentuale di matrimoni civili. E, sorprendentemente, si scopre che tra i primi matrimoni di italiani la percentuale di matrimoni religiosi è ancora del 68,7%. Anche la grande differenza tra Nord e Sud trova qui una almeno parziale spiegazione, proprio perché sia le seconde nozze che i matrimoni in cui almeno uno sposo è straniero sono molto più frequenti al Nord rispetto al Sud. Ad esempio, le percentuali di matrimoni con almeno uno sposo alle seconde nozze sono del 30,8%in Valle d’Aosta, del 30,7% in Liguria, del  30,2% in Friuli-Venezia Giulia, mentre in Basilicata sono il 7,8%, in Calabria l’8,9%, e Campania il 9,8%.

Infine, il report dell’Istat segnala la progressiva diffusione delle convivenze, stimate ora in 1.368.000, di cui 830.000 circa sono libere unioni di celibi e nubili. Inoltre, questa modalità è sempre più diffusa anche nel caso di famiglie con figli; l’incidenza di bambini nati fuori del matrimonio è infatti in continuo aumento, e nel 2017 quasi un nato su tre ha i genitori non coniugati. Certamente è questo un fenomeno che interpella fortemente la Chiesa italiana, e in particolare la pastorale familiare, in prima linea con i suoi percorsi di preparazione al matrimonio. Alla luce di quanto visto nel paragrafo precedente, si tratta indubbiamente di un lavoro preziosissimo, che ancora raggiunge una quota notevole di giovani (e meno giovani!) che scelgono di celebrare le nozze sacramentali. Tra i quali, come ben sanno gli operatori di tali percorsi, una quota rilevante – se non addirittura maggioritaria – è costituita da coppie già conviventi. A questo riguardo, ci pare sia decisamente illuminante – e da sottoscrivere pienamente - quanto dichiarato da fra Marco Vianelli, neo-direttore dell’Ufficio per la Pastorale familiare della CEI, nell’intervista pubblicata in data odierna sul quotidiano Avvenire: «C’è poi il grande miracolo di molte coppie di conviventi che chiedono di sposarsi. Allora diventa interessante mettersi in ascolto di che cosa cercano nel matrimonio! Arrivano con una domanda non banale, che va ascoltata ed evangelizzata e che può a sua volta diventare evangelizzante. Io vedo in questo una grande opportunità».

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