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giovedì 13 agosto 2020
 
L'intervista
 
Credere

Monsignor Derio Olivero: «Davanti alla morte ho capito cosa conta davvero»

18/06/2020  Il vescovo di Pinerolo è stato in rianimazione per 40 giorni a causa del Covid-19: «Mentre sfioravo la fine della vita, mi sembrava che tutto evaporasse. Restavano solo la fiducia in Dio e i volti delle persone care». Dal 20 giugno in libreria il suo libro "Verrà la vita e avrà i suoi occhi" (Edizioni San Paolo) scritto insieme ad Alberto Chiara, giornalista di Famiglia Cristiana, con prefazione del cardinal Zuppi (foto di Matteo Montaldo)

RELAZIONI - Alfabeto per il futuro - Parole per il domani - 5a puntata

Con il tema “Relazioni” prosegue la serie di articoli sulle parole chiave che, lette con gli occhi della fede, possono aiutarci a ripartire dopo la catastrofe del coronavirus.

Attaccato a una macchina per respirare, quando sembra che la fine della vita non sia solo un’idea astratta ma una soglia concreta che si può sfiorare con mano, chissà quali volti ti passano davanti e come ti appaiono gli anni alle tue spalle. E chissà se ne esci – se non proprio migliore – almeno più consapevole. Tanti, troppi italiani passati attraverso questo calvario non ce l’hanno fatta e non l’hanno potuto raccontare. Ma monsignor Derio Olivero, vescovo della diocesi piemontese di Pinerolo, è stato fortunato. E capisci che la sua disponibilità a lasciarsi intervistare non è solo una nota caratteriale, ma anche una necessità, l’urgenza di condividere ciò che ha capito dopo aver attraversato questa roulette russa dell’umanità che abbiamo chiamato pandemia. Monsignor Olivero ha contratto il Covid-19 una decina di giorni prima del suo 59° compleanno, è stato 40 giorni in ospedale tra la vita e la morte. E quando il peggio è passato, ancora nel reparto di terapia intensiva, con il respiro fiaccato, ha rilasciato una breve dichiarazione in cui diceva: «Ho capito che due cose sono veramente importanti nella vita: la fiducia in Dio e le relazioni». Oggi è tornato a casa e sta riprendendo lentamente i suoi impegni pastorali. Sull’esperienza che ha vissuto riesce anche a scherzarci su: «Tra Messe, cresime e celebrazioni varie sicuramente ho preso il virus sul “posto di lavoro”: dovrei farmi dare l’indennità!». Sulle cose importanti, però, è tremendamente serio e si percepisce che «aver passeggiato con la morte» lo ha toccato in profondità come credente e come pastore.

ESISTIAMO PERCHÉ AMIAMO

«Il termine “relazioni” può sembrare astratto ma in realtà è molto concreto», mi spiega. «La cultura “preCovid” è incentrata sull’individuo: il soggetto è pensato come qualcosa che può esistere senza le sue relazioni. Ma questa era la società di prima. Dobbiamo capovolgere il modo di pensare: non siamo padroni delle cose e del mondo, non lo siamo neanche della nostra vita, il virus ce lo ha mostrato chiaramente. Siamo in relazione con la terra e con le persone, siamo legati e dipendiamo gli uni dagli altri. Inoltre, tra noi come individui e le istituzioni non c’è il vuoto, ma c’è la comunità degli umani. Questa idea a livello sociale era praticamente scomparsa, ora il suo ruolo va recuperato e valorizzato. “Io sono tutto ciò che ho incontrato”, ha detto qualcuno. È un concetto bellissimo! Noi esistiamo grazie ad altri».

AL COSPETTO DELLA MORTE

  

Un uomo sano e attivo all’improvviso si trova a guardare occhi negli occhi il limite della sua esistenza. Che significato assumono le relazioni in quel momento? «L’esperienza dell’avvicinarsi a morire», risponde con disarmante sincerità don Derio, «per me è stata come sentirmi evaporare, sentire che tante cose pur importanti – i progetti, le cose da fare, persino il mio corpo – cadevano, perdevano consistenza. Alla fine restavano, come nocciolo duro che definiva il vero “me stesso”, solo due cose: il sentirmi davvero affidato alle mani di Dio e i tanti volti con cui ho costruito negli anni delle relazioni. Mi sono passati davanti gli amici più cari, i collaboratori e anche persone scomparse che sono state fondamentali nella mia vita, come ad esempio i miei genitori o il mio maestro spirituale, il rettore del seminario di Fossano, don Mario Picco. Ecco, questi volti non evaporavano, restavano consistenti, veri e reali come fossero lì accanto a me». E tra ammalati che stanno fianco a fianco e temono il medesimo destino, che tipo di relazione si sviluppa? «Ho passato quattro diversi reparti Covid, a seconda della gravità della malattia. All’inizio, quando potevo parlare, ho conosciuto Remo, con cui abbiamo fatto amicizia. Mi ha raccontato la sua storia molto triste: anche sua moglie e suo figlio erano ricoverati per Covid. Più avanti ho saputo che la moglie non ce l’ha fatta, è morta... Lui e il figlio invece sono sopravvissuti. Mi sono ripromesso, appena sarò in piena forma, di andarlo a trovare. Poi sono stato intubato e infine tracheostomizzato. Accanto a me c’era Mario. In quelle condizioni non abbiamo mai potuto parlare, ma quando sono stato meglio sono passato a salutarlo». «Tanti pensano», aggiunge monsignor Olivero, «che quando si è intubati si dorma sempre, sotto l’effetto dei sedativi. In realtà, ci sono fasi alterne: a volte si è anestetizzati, altre volte si è svegli e consapevoli. Gli infermieri mi hanno detto: “Lei è stato un paziente difficile ma simpatico”. Perché normalmente le persone intubate, quando sono sveglie, guardano il soffitto prostrate. Io invece volevo a tutti i costi parlare anche se non era possibile. Alla fine si sono rassegnati a darmi una lavagnetta su cui scrivere, per dialogare così con loro». Monsignor Olivero è ancora sotto osservazione. Fa fisioterapia per ripristinare il tono muscolare ed esami su esami per verificare che il virus non abbia lasciato strascichi o complicazioni. Fa un po’ strano, quindi, chiedergli se c’è una lezione positiva da trarre da questa pandemia.

COSÌ SI PUÒ CAMBIARE

Don Derio, però non si tira indietro: «Tre cose dovremmo imparare, a mio giudizio», dice. «La prima è smettere di “usare” le cose, le persone, il mondo, ma provare ad ascoltarle, contemplarle, rispettarle e dialogarci. La seconda è vivere la fede in relazione, e non più in maniera individualistica: Il “prendere la Messa” talvolta è vissuto come una pratica che riguarda soltanto me stesso. Da gesto di devozione privata, invece, deve diventare sempre più una esperienza di comunione, con Dio e con i fratelli: non più “vado a fare la comunione”, ma “vado a fare comunione”. Il terzo aspetto, infine, è imparare che tutto è dono. Il regalo è una cosa che poteva non esserci, eppure c’è. Ed è per te. Il fatto che io oggi respiro è un regalo! E questa non è una sottile metafora, è la concreta realtà. Un credente sa per fede questa verità, ma poi dovrebbe imparare a metterla in pratica». A proposito di “fare la comunione” o “fare comunione”, monsignor Olivero alla vigilia della ripartenza delle Messe con il popolo aveva scritto un breve decreto per la sua diocesi in cui affermava: «Un sacerdote non può presiedere l’Eucaristia se non cura le relazioni, altrimenti l’Eucaristia diventa artificiosa e formale». Un’affermazione forte, senza giri di parole curiali. Gli chiedo di raccontarmi di più. E lui spiega: «Ho voluto scrivere queste cose per ricordare che, in realtà, le relazioni sono fondamentali sempre, non soltanto nell’emergenza dell’isolamento. Vale anche per la Chiesa: una comunità che fa tante cose, proclama verità, mette in moto progetti, ma non cura veramente le relazioni e non crea un clima fraterno tra i suoi membri, non è una vera comunità. E non celebra veramente l’Eucaristia. Perché nel rito dell’Eucaristia viene trasformato solo ciò che viene offerto: questo vale per ciò che succede sull’altare, per le ostie e il vino, ma vale anche per tutto il resto. Se vai a Messa e non metti sull’altare qualcosa di te, non avviene niente!». Quello della “relazione” è un tema caro a monsignor Olivero da prima del tunnel della malattia. Nella sua ultima lettera pastorale, intitolata Vuoi un caffè?, scrive che la relazione vive di fiducia e di gratuità. 

UNA CHIESA RIPIEGATA SU DI SÉ

  

Nella Chiesa, gli chiedo, si è rimasti sempre fedeli a questi due caposaldi? «A mio giudizio, siamo carenti su due aspetti: intanto domina ancora l’idea che solo al nostro interno esista la salvezza, mentre fuori dal nostro piccolo giro ci sia il vuoto e la disperazione. Non abbiamo fiducia nella bellezza e nella bontà di chi appartiene ad altre confessioni cristiane o altre religioni, non abbiamo fiducia nei non credenti, nei non praticanti o nei cosiddetti “irregolari”. Siamo una Chiesa troppo ripiegata su di sé, che diffida di tutto ciò che non è se stessa. Invece dobbiamo capire che Dio è all’opera dove la gente vive, ben al di fuori dei confini della Chiesa. Come ha detto bene un mio amico, dobbiamo diventare “non una Chiesa che va in chiesa ma una Chiesa che va a tutti”. Per ciò che riguarda la gratuità, invece, siamo carenti nell’ambito pastorale: la tentazione è di guardare sempre al risultato a breve termine. Invece bisogna ragionare “a lungo termine” e “a fondo perduto”. A me capita spesso di fare incontri sull’arte, in cui commentiamo insieme un dipinto. Sovente la gente mi chiede: “Ma con tutti questi incontri, quanta gente in più viene a Messa?”. Questa è proprio la domanda sbagliata. Perché lo scopo non è “contabilizzare” ogni cosa. Se nella pastorale qualcosa è veramente importante, allora è come un gesto d’amore: gratuito. E lo devi fare con pazienza e un pizzico di sogno». Papa Francesco ha spesso utilizzato il termine “sogno” per parlare del rinnovamento ecclesiale. Anche monsignor Olivero ha qualche sogno per la Chiesa italiana? «Intanto, mi piacerebbe che noi cristiani fossimo persone che comunicano fiducia, capaci di credere ancora alla vita, pur avendone toccato i limiti. Poi è importante ritrovare una certa gioiosità: ricordo una donna africana che, pensando alle nostre società europee, ebbe a dire: “Avete cibo quotidiano troppo abbondante e feste così misere, siete tristi!”. Inoltre, dovremmo conservare sempre umiltà e spirito di ricerca: la verità non è ciò che so già, ma ciò che non so e sto ancora cercando. Per mantenere vivo questo spirito di ricerca, infine, serve una “rete di complici”: persone che ci provano davvero e si danno coraggio a vicenda nel cammino».

Relazioni - I preferiti di Derio Olivero

Bibbia «Gesù rispose: “Date loro voi stessi da mangiare”» (Marco 6,37). Nel brano della moltiplicazione dei pani i discepoli si accorgono che la gente ha fame ma restano a guardare. Gesù li smuove, dice loro di farsi carico della fame altrui: date voi stessi in dono. Ecco il cuore di ogni relazione. Questo vale in particolare per il cristiano: va all’Eucarestia, incontra Gesù che “si fa a pezzi” ed esce capace di “farsi a pezzi” per gli altri.

Quadro Henri Matisse, La danza, 1910, Museo Hermitage, San Pietroburgo.

Libro Michel De Certeau, Mai senza l’altro, Qiqajon.

Il vescovo che offre il caffé

  

Derio Olivero, 59 anni, dal 2017 è vescovo di Pinerolo. Cresciuto in provincia di Cuneo, è stato rettore del seminario, docente di Teologia pastorale, parroco e vicario del vescovo nella diocesi di Fossano. Nel 2019 ha scritto una lettera pastorale intitolata Vuoi un caffé?, sull’importanza delle relazioni fraterne. Dal 20 giugno in libreria il suo libro dal titolo Verrà la vita e avrà i suoi occhi (Edizioni San Paolo) scritto insieme ad Alberto Chiara, giornalista di Famiglia Cristiana, con prefazione dell'arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Zuppi. Il servizio fotografico di questo articolo è stato realizzato prima della sua malattia.

Il libro

Verrà la vita e avrà i suoi occhi

vota, segnala o condividi Da una drammatica esperienza di contagio, un formidabile sguardo sul futuro "Ho sempre amato una struggente raccolta di dieci poesie, scritte da Cesare Pavese tra l'11 marzo e il 10 aprile 1950. "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", s'intitola.

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