«Oggi 29 giugno 2026 nella giornata dei santi Pietro e Paolo nell'aula 201 dell’università noi docenti, impegnati con studenti e ricercatori da molto tempo, l’Università degli studi di Milano, Bologna, Torino, Ferrara dichiariamo nostro impegno nella lotta permanente contro l'ignoranza, il sapere che si ribella all'ignoranza che rimbalza dalle istituzioni alla società, la non volontà di non prendere atto di una realtà scomoda fa danni».

Nando Dalla Chiesa durante la cerimonia per il 25esimo anniversario del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria (Gom) nella scuola di formazione dell'amministrazione penitenziaria ''Giovanni Falcone'', Roma, 20 febbraio 2024. ANSA/ETTORE FERRARI
Nando Dalla Chiesa durante la cerimonia per il 25esimo anniversario del Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria (Gom) nella scuola di formazione dell'amministrazione penitenziaria ''Giovanni Falcone'', Roma, 20 febbraio 2024. ANSA/ETTORE FERRARI
Nando Dalla Chiesa, già professore ordinario di Sociologia della Criminalità Organizzata presso l’Università degli Studi di Milano, è oggi delegato del Rettore dell’Ateneo per l’area degli studi sulla criminalità organizzata e sulla educazione a una cultura antimafia (ANSA)

Con questo tono di studiata solennità, Nando Dalla Chiesa, già ordinario di Sociologia della criminalità organizzata, oggi delegato del Rettore dell’Ateneo per l’area degli studi sulla criminalità organizzata, nell’aula 201 dell’Università statale di Milano, ha aperto un incontro fortemente voluto, per dare un segnale dopo la delibera del Csm approvata dal plenum l'11 giugno in modifica del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria, che, nel tentare di dare criteri per l’assegnazione di incarichi direttivi della magistratura, finisce per escludere che tutte le procure a Nord di Roma insistano su territori ad alta densità mafiosa, cosa che sta allarmando chi studia questo tema, non tanto e non solo per l’impatto amministrativo della delibera (stabilire quali procure richiedono all’aspirante dirigente una esperienza specifica in tema di mafia) quanto per il messaggio indiretto che la delibera produce, rischiando di cancellare agli occhi del Paese i risultati di decenni di studi e processi in tema di espansione della criminalità organizzata al di fuori del territori di provenienza. Dalla Chiesa, con l’intento di fare il punto della situazione, ha riunito attorno al tema nomi tra i più impegnati del sapere accademico del nord in tema di Criminalità organizzata, e tre magistrate che incarnano il grosso dell’esperienza recente del contrasto giudiziario alla Direzione distrettuale antimafia di Milano: Cecilia Vassena, collegata da Vienna, dove attualmente si trova in qualità di esperta giuridica alla Rappresentanza permanente d’Italia presso le organizzazioni internazionali, nell’ambito delle convenzioni UNODC e UNTOC, in materia di narcotraffico e di criminalità organizzata transnazionale; Alessandra Dolci, oggi a capo della Procura della Repubblica di Venezia e fino a tre mesi fa per sei anni coordinatrice della Dda di Milano e prima titolare di molte indagini che hanno segnato la storia del contrasto alla criminalità organizzata non solo in Lombardia, prima tra tutte Infinito, infine Alessandra Cerreti, Pm del processo Hydra.

Cerreti è l’ultima a parlare, ma la sua testimonianza, pur attentissima a restare nel perimetro istituzionale, è la più forte: «Mi voglio confrontare con il concetto di alta densità, perché il Consiglio Superiore non ha detto che al nord non esiste la mafia, ha detto un'altra cosa, che i territori soggetti alla giurisdizione delle procure distrettuali del nord non sono dato da densità mafiosa». Qual è il termometro attraverso il quale valutiamo la densità mafiosa di un territorio? Si chiede Cerreti: «Noi ci dobbiamo confrontare con il 416bis, con quella norma ci impone di dimostrare per arrivare alla conclusione che in un territorio venga esercitato è il predominio mafioso. Il Consiglio Superiore ha fatto una scelta, ha scelto di utilizzare quei criteri, negando l'esclusività della rilevanza delle indagini giudiziarie, Giusto? Allora partiamo dalle sentenze, dalle sentenze definitive», le stesse riguardo alle quali Alessandra Dolci aveva detto un momento prima: «Forse avrei dovuto portare qui le copie cartacee di tutte le sentenze definitive che hanno dimostrato la presenza della criminalità organizzata nel distretto di Milano: avrei riempito questo grande tavolo». Basterebbe citare Infinito a Milano, Minotauro a Torino, Aemilia a Bologna.

«Mi permetto sommessamente di contestare parzialmente i molti studiosi sospettano, cioè che al nord le mafie non si palesino attraverso atti di violenza. Questa», dice Cerreti alzando di un tono la voce, e tutti sanno qui dentro che sa per esperienza diretta, la sua scorta è stata rafforzata di recente per ripetute note minacce emerse dalle attività di indagini «è una bella favola che ci raccontiamo ogni tanto, come ha detto già la collega Vassena, le nostre indagini dicono altro, le nostre indagini di parlano di omicidi, di lupare bianche, di estorsioni, di violenze su imprenditori, su commercianti, perpetrate davanti alla popolazione che non reagisce. Poi abbiamo anche tutti gli atti economici, tributari, finanziari, tutto il corredo, diciamo, mafioso del nord Italia, ma attenzione non pensiamo che si siano trasformati in criminali economici, fanno anche quello, ma restano mafiosi.

Le nostre indagini trasudano violenza, spedizioni punitive, fatte in pieno giorno, davanti alla popolazione che non reagisce. Gruppi che entrano in un bar e non pagano, non perché offra il titolare, ma perché la popolazione paga per il mafioso che entra. Questo mi permetto di dirlo solo perché può essere valorizzato come termometro sulla densità mafiosa».

«A me», continua la Pm, «non preoccupa la finalità para amministrativa di questa delibera, è legittimo che il Csm voglia aiutare i consiglieri a seguire dei criteri preordinati nella nomina, senza stare a discutere caso per caso se lì fosse o meno necessaria l'esperienza in antimafia. Mi preoccupo degli effetti secondari, indesiderati, imprevisti. Ne individuo due, perché chi si occupa di mafia, sa che nei contesti mafiosi una parola detta o non detta può significare tanto, una omissione può significare tanto e un'azione anche in buona fede può dare dei messaggi fuorvianti. Il primo è il disorientamento della società civile del nord: “Ma come? Anni a spiegarci certe cose e ora scopriamo che non è più esattamente così?” Il secondo sono le reazioni (alla delibera ndr) dei soggetti da noi attenzionati, che abbiamo registrato nelle nostre indagini: sono reazioni di soddisfazione!».

Più diretto in conclusione, Nando Dalla Chiesa: «Noi abbiamo cercato di maneggiarlo quel termometro, abbiamo parlato di alta e bassa densità mafiosa e anche quando abbiamo fatto le relazioni per la commissione parlamentare antimafia o per la Regione, questo concetto lo abbiamo utilizzato, con valori che andavano da 1 a 5, (1 il più alto, 5 il più basso), ma quanto abbiamo lavorato, ma quante cose ci siamo andati a vedere per fare uno spostamento da 2 a 1 in una provincia? Questo per dire che le valutazioni sulla densità mafiosa costano fatica, non si possono assegnare casaccio!».

Al centro del dibattito, il convitato di pietra è soprattutto, il punto della delibera in cui il Csm, scrive: «osservato che la nozione di “zona ad alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso” non può essere ricondotta né alla mera presenza di procedimenti per delitti di criminalità organizzata, né alla sola emersione di singoli episodi di infiltrazione mafiosa, richiedendo invece la convergenza di elementi significativi e stabili, idonei a dimostrare un radicamento strutturale del fenomeno mafioso, una sua diffusione territoriale non occasionale e una concreta capacità di condizionamento dell’economia, della pubblica amministrazione e della vita istituzionale locale».

Basterebbe leggere avendo pazienza le oltre 800 pagine dell’edizione aggiornata (e raddoppiata) del saggio Mafia a Milano e in Lombardia. Ottant'anni di affari e delitti" appena ripubblicata da Zolfo Editore, a firma di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni, per capire che documenta una storia che mal si concilia con il concetto di “occasionalità” e che il dibattito, comunque, la si pensi, merita una riflessione.