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Taking care for the elderly concept with a wrinkled hands and young hands holding a red heart shape
Il 3 agosto era la scadenza fissata per la conversione della carta d'identità cartacea in quella elettronica, con la contestuale possibilità di esprimere il consenso o il diniego alla donazione degli organi. La scadenza, però, è stata prorogata. La carta d'identità cartacea è destinata a uscire di validità a livello europeo in seguito a una direttiva sull'identificazione e sulla sicurezza. L'Italia ha quindi deciso di prorogarne la validità sul territorio nazionale, ma il documento cartaceo non è più valido per l'espatrio. Chi possiede ancora una carta d'identità cartacea può quindi utilizzarla soltanto in Italia. Senza una proroga ci sarebbero state milioni di persone prive di un documento valido anche sul territorio nazionale. In Italia la carta cartacea non si emette più da tempo. Quest'anno tutti i Comuni sono inseriti nel sistema CIE, e il documento lo emette solo il Ministero dell'Interno. Quindi, o per forza o per scelta personale, entro breve tutti avranno la carta d'identità elettronica.


Anche chi non l’ha ancora fatto è bene rifletta sul tema della dichiarazione di volontà. Questo vale per tutti, anche perché i documenti scadono ogni dieci anni, quindi è una scelta che si rinnova anche per chi l'ha già fatta in precedenza. Una scelta che deve essere il più possibile consapevole e posare su informazioni corrette: per questo abbiamo voluto intervistare chi lavora in questo ambito da sa decenni: il professor Giuseppe Feltrin, che da due anni è il Direttore del Centro nazionale trapianti, ed è è stato un cardiochirurgia a Padova fino al 2014, quando è stato chiamato al Coordinamento regionale trapianti del Veneto.


Ci può tracciare una breve storia dei trapianti in Italia?
«ll primo trapianto di organi in assoluto è stato eseguito nel 1966 dal professor Cortesini all’Umberto I di Roma, ed è stato un trapianto di rene, su una ragazza di 17 anni. Raffaello Cortesini realizza poi anche il primo trapianto italiano combinato rene-pancreas (1981) e il primo trapianto di fegato (1982). Nel 1985 a Padova, Gallucci eseguì il primo trapianto di cuore su un adulto. Il primo trapianto di cuore pediatrico arrivò nel 1986, quindi 40 anni fa. Voglio ricordare anche i quarant'anni dalla donazione degli organi del piccolo Nicholas Green. Noi abbiamo realizzato un bel documentario, disponibile su RaiPlay, dedicato proprio a Nicholas. Anche la sua storia è diventata pubblica e ha fatto parte di quelle vicende che, per il momento storico in cui sono accadute e per la loro forza mediatica, hanno dato un impulso enorme a tutte le attività dell'associazionismo legate alla donazione degli organi. Hanno avuto una valenza che è andata ben oltre la storia stessa e hanno segnato momenti importanti nella crescita del consenso e dell'attenzione dell'opinione pubblica verso il mondo dei trapianti, che fino ad allora era rimasto un'attività pionieristica, di nicchia ed estremamente isolata. Poi nel 1999 è arrivata la Legge 91 sui trapianti, che tra le altre cose prevede il totale anonimato sia per chi dona sia per chi riceve gli organi».
Moira, a bambina che ricevette il primo cuore dalla coetanea Francesca, morta per un aneurisma, visse con il nuovo organo per 22 anni e sette mesi. Oggi le cose sono cambiate e l'aspettativa di vita è più lunga?
«Nel tempo siamo cresciuti complessivamente nella capacità di fare quello che noi chiamiamo il match, cioè l'allocazione del donatore migliore al ricevente migliore. Questo è stato un fattore molto importante e ha riguardato il cuore, ma anche tutti gli altri organi, sia in ambito pediatrico sia in quello adulto. Siamo cresciuti molto anche nella gestione della terapia immunosoppressiva. Abbiamo a disposizione nuovi farmaci e siamo diventati più capaci di modulare quella che comunemente viene definita terapia antirigetto, limitandone gli effetti collaterali. Tutto questo ci ha portato a risultati nettamente migliori in termini di sopravvivenza. La seconda persona sottoposta a trapianto di cuore nel 1985 è ancora viva. E i primi pazienti pediatrici trapiantati al Bambino Gesù nel 1986 hanno ormai superato i 35 anni dal trapianto».
Che cosa ricorda della sua esperienza quando lavorava in cardiochirurgia a Padova?
«Sono uscito dalla cardiochirurgia nel 2014 per occuparmi del Coordinamento dei trapianti, ma ancora oggi mi chiamano pazienti che avevano già diversi anni di trapianto quando li seguivo. Sono persone che, quando tutto va bene, recuperano una qualità della vita davvero notevole: tornano a lavorare, fanno attività sportiva».
Ci sono pazienti che devono poi affrontare un secondo trapianto?
«Un nostro testimonial, per esempio, ha ricevuto un trapianto di cuore a dieci anni. A trent'anni è stato ritrapiantato di cuore e di rene. Oggi è uno dei nostri campioni di tennis ai Giochi Mondiali dei Trapiantati: è un ragazzo che si avvicina ai quarant'anni. Le assicuro che degli atleti trapiantati che partecipano alle gare corrono molto più forte di quanto sarei capace di fare io».
La sua regione d'origine, il Veneto, è stata pioniera in questo campo.
«Il Veneto fa parte delle regioni che hanno svolto un lavoro straordinario nel campo dei trapianti e della donazione di organi e tessuti. Altra regione che si è distinta per numero di trapianti è il Piemonte con medici come Renato Romagnoli e Antonio Salizzoni. Storicamente l'attività trapiantologica si è concentrata soprattutto nei grandi centri del Nord, ma negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita molto importante anche nel Centro e nel Sud Italia. È un risultato di cui, come Centro Nazionale Trapianti, siamo particolarmente orgogliosi. Stiamo lentamente colmando quel divario che, fino a qualche anno fa, esisteva soprattutto nelle donazioni tra il Nord e il resto del Paese».


Questo fa ben sperare anche per l'aumento dei donatori?
«Sì. La minore disponibilità di donatori era legata anche a quel divario territoriale, ma oggi stanno crescendo i centri trapianto anche nel Sud e questo sta trainando con sé tutto il sistema delle donazioni».
Il tema del consenso resta però centrale...
«Sì, e in questo momento, è più importante che mai. Abbiamo superato i 26 milioni di dichiarazioni di volontà raccolte attraverso il rinnovo della carta d'identità, ma negli ultimi tre anni stiamo assistendo a un aumento dei cittadini che scelgono di dire no. Tre anni fa la percentuale dei dinieghi era intorno al 33%; poi è salita al 36% e abbiamo chiuso il 2025 con il 40,1% di opposizioni. Si tratta quindi di un trend in crescita. Se ci confrontiamo con gli altri Paesi europei non siamo messi male, ma osserviamo con attenzione questo fenomeno, che riguarda soprattutto due fasce di popolazione: gli over 60 e i giovani tra i 18 e i 25 anni, tra i quali il numero dei "no" sta aumentando progressivamente».
Una diminuzione tra i giovani che si registra anche per i donatori di sangue. A cosa si deve questo fenomeno, secondo lei?
«Credo che ci sia un insieme di fattori. Sicuramente c'è una componente di paura. Molto spesso i giovani ci dicono: "Abbiamo bisogno di buone informazioni". Sottolineano proprio l'aggettivo buone, facendoci capire che probabilmente non sempre ricevono informazioni di qualità. Per questo stiamo lavorando molto sul fronte dell'informazione, cercando di costruire una comunicazione mirata utilizzando un linguaggio adatto ai giovani, con contenuti che tengano conto delle loro paure, dei loro dubbi e delle loro preoccupazioni. Mi piace ricordare una bellissima esperienza realizzata con il canale di divulgazione Geopop. Sono stati loro a prendere l'iniziativa e il video ha raggiunto cinque milioni di visualizzazioni. Neppure loro si aspettavano un simile successo per un tema come questo. È la dimostrazione che una buona comunicazione, costruita con solide basi scientifiche e proposta attraverso i canali e i linguaggi giusti, riesce davvero a raggiungere le persone. In questo momento la nostra attenzione è rivolta soprattutto ai cittadini over 60 e ai più giovani, sempre con il massimo rispetto per le loro paure, le loro preoccupazioni e i loro dubbi, che sono assolutamente legittimi e che tutti noi, in fondo, abbiamo avuto».


Per quanto riguarda invece il consenso all'espianto degli organi da parte dei genitori di un minore?
«L'ho vissuto personalmente negli anni in cui lavoravo in cardiochirurgia. Ci troviamo sempre a porre la domanda più difficile nel momento più difficile della vita di una persona. E, parlando da genitore, credo che tutto questo sia amplificato all'ennesima potenza quando si tratta di un figlio. Penso che nessun genitore vorrebbe sopravvivere ai propri figli: è probabilmente la cosa più dolorosa che possa accadere. In questi casi conta moltissimo la capacità degli operatori di affrontare il tema con attenzione, rispetto, delicatezza, empatia e capacità di ascolto. Sono qualità fondamentali per tutti i professionisti della nostra rete. Si cerca di costruire un dialogo all'interno di un contesto che è inevitabilmente drammatico».
È un processo che deve essere al tempo stesso rapido e delicato. Perché?
«È un percorso che deve essere veloce, ma anche estremamente attento, perché è composto da tanti elementi, tutti perfettamente comprensibili. La legge, però, è molto chiara: il minore non può esprimere in vita la propria volontà sulla donazione degli organi; potrà farlo soltanto una volta raggiunta la maggiore età. Nel caso di una donazione, il consenso deve essere espresso da entrambi i genitori e non può esserci un disaccordo tra loro».
Ai pazienti pediatrici può essere trapiantato soltanto un organo proveniente da un donatore della stessa età?
«Esiste una lista dedicata al trapianto pediatrico. Il programma nazionale dei trapianti pediatrici, per tutti gli organi, è gestito dal Centro Nazionale Trapianti. Generalmente gli organi provenienti da un donatore pediatrico vengono destinati a un ricevente pediatrico, soprattutto per una ragione molto pratica e tecnica: le dimensioni degli organi. Questa è la regola seguita nella maggior parte dei casi».
Ci sono più pazienti in lista d'attesa rispetto agli organi disponibili?
«L'anno scorso abbiamo effettuato 211 trapianti in età pediatrica. La capacità di soddisfare la lista d'attesa non è del 100%, ma si attesta intorno al 34-35%, perché durante l'anno ci sono continuamente nuovi ingressi e uscite dalla lista».
Restano ancora da convertire milioni di carte d'identità e vi aspettate almeno due milioni e mezzo di nuove dichiarazioni di volontà sulla donazione degli organi.
«Esatto. Ci aspettiamo che il rinnovo dei documenti rappresenti un'importante occasione per raccogliere nuove espressioni di volontà sulla donazione degli organi».
Esistono, però, anche altri modi per esprimere il proprio consenso alla donazione.
«Certamente, può farlo anche presso la propria Asl, o attraverso l’iscrizione ad Aido. Inoltre, si può sempre cambiare idea. È un diritto del cittadino farlo in qualunque momento, senza dover spiegare le proprie motivazioni. Nessuno deve chiedere perché in passato si fosse espresso un diniego o perché, successivamente, si scelga invece di dare il proprio consenso».


Il dato CIE e le dichiarazioni di volontà
Nel 2025 sono state emesse 6.389.116 carte d’identità elettroniche a cittadini maggiorenni; in 3.766.322 casi è stata registrata una scelta sulla donazione, pari al 58,9%. Considerando tutte le dichiarazioni rese al Comune nell’anno, il totale è di 3.766.794: 2.257.970 consensi e 1.508.824 opposizioni. Tra chi si è espresso, quindi, il 59,9% ha detto sì e il 40,1% ha detto no.
La quota di opposizioni tra chi si è espresso è cresciuta di 3,8 punti percentuali rispetto al 2024, passando dal 36,3% al 40,1%.











