Il IV Rapporto Italia Generativa,curato dal Centro di Ricerca ARC dell'Università Cattolica con Unioncamere e Civita, evidenzia una contraddizione strutturale dell’Italia: le donne sono essenziali per il sistema economico e sociale (colonne, appunto), ma il loro contributo resta spesso invisibile e poco valorizzato.

“I dati mostrano con chiarezza”, si legge nell’introduzione del Rapporto, “che l’Italia si colloca stabilmente nelle retrovie dell’Unione Europea per partecipazione femminile al lavoro, livelli retributivi, accesso alle posizioni apicali e distribuzione dei carichi di cura. Ciò che emerge con maggiore forza dall’analisi è che questo ritardo non è imputabile a un singolo fattore, né a una carenza isolata: esso è il prodotto di una combinazione di elementi culturali, istituzionali e organizzativi che si alimentano reciprocamente, generando un circolo vizioso difficile da spezzare con interventi settoriali”.

“L’ apporto delle donne alla ricchezza e allo sviluppo del Paese continua a restare ancora largamente nascosto e disconosciuto, finendo per divenire impercettibile nelle strutture del potere, nei criteri di valutazione economica, nelle priorità dell’agenda pubblica”, prosegue l’analisi.

Il Rapporto intervista 15 donne imprenditrici e manager. “Le donne intervistate, tutte in posizioni apicali nelle rispettive realtà, non chiedono accesso o riconoscimento. Nonostante i diversi ostacoli incontrati sul loro percorso, un posto lo hanno già conquistato. Molte di loro hanno ereditato o fondato ed ora guidano imprese. Oppure, dirigono organizzazioni complesse. Innovano in settori tradizionali o ne inventano di nuovi. Tutte mostrano una chiara consapevolezza del loro contributo e di fare la loro parte nel creare valore economico e sociale per le loro organizzazioni, e più ampiamente, per l’intero Paese. Non vi sono neppure recriminazioni. Piuttosto, emerge la consapevolezza di stare compiendo un viaggio ancora lontano dalla meta auspicata, e della persistenza di un blocco, profondo e strutturale, che continua a ridimensionare fortemente lo scenario delle opportunità.

Il quadro che emerge è dunque paradossale: quello stesso Paese che ha costruito le condizioni per l’emersione di una generazione femminile altamente formata, ambiziosa e capace di leadership – quasi fosse in qualche modo incosciente delle o indifferente alle profonde conseguenze economiche, sociali e culturali di questa evoluzione – non si è ancora organizzato per consentire a questo incredibile potenziale di potersi pienamente dispiegare”. In sintesi, si legge nel Rapporto, “è come se l’Italia avesse investito risorse per costruire un treno modernissimo, senza però preoccuparsi dei binari su cui farlo correre veloce verso il domani”.

Uno degli elementi più rilevanti emersi dalla ricerca è il “doppio legame” in cui si trovano intrappolate le donne italiane, quello fra lavoro e cura. Il lavoro di cura (dei figli, dei genitori anziani, della casa, delle relazioni familiari, dell’educazione scolastica) viene ancora considerato come un costo e una responsabilità prevalentemente femminile. Così “l’organizzazione del lavoro continua ad essere sostanzialmente modellata su biografie maschili che, “liberate” dai carichi di cura, possono corrispondere più facilmente alle richieste di un sistema produttivo “avido”: orari prolungati, mobilità geografica, disponibilità permanente. La sfera familiare, per converso, continua a richiedere alle donne un impegno primario e spesso totale”.

Per migliorare la condizione femminile in Italia il Rapporto suggerisce politiche in ambito culturale, di organizzazione del lavoro e di ambito istituzionale e di welfare. È necessario “un approccio multilivello e alleanze multiattoriali. È evidente, infatti, che nessun ambito e tantomeno nessuna iniziativa presi singolarmente possono aspirare a produrre una trasformazione efficace e durevole”.

Come osservano nel “Primo piano” sul numero di Famiglia Cristiana di questa settimana Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, “non si tratta di aiutare le donne ad adattarsi a un sistema che non funziona, ma di cambiare il nostro modello di sviluppo”. E “non si tratta di di sposare un’agenda femminista, ma di fare della valorizzazione delle donne l’occasione per creare una società migliore”.