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Trovato un corpo nell'azienda di Claudio Agostino Carlomagno, marito di Federica Torzullo, la donna scomparsa ad Anguillara Sabazia (Roma), il 18 gennaio 2026
Si è consumato così, nella cabina armadio di casa ad Anguillara Sabazia, in provincia di Roma, l’ennesimo femminicidio: il corpo di Federica Torzullo, invece, è stato ritrovato dopo alcuni giorni nel campo vicino alla ditta di famiglia uccisa dal marito e, poi, fatta sparire. Un femminicidio, di nuovo come nell’80percento dei casi, consumato all’interno di un matrimonio e, quindi, di una relazione stabile. «Il femminicidio non è un evento improvviso né un fatto eccezionale» afferma Micaela Cacciapuoti, responsabile Centro antiviolenza ospedaliero presso Policlinico Umberto I di Roma gestito dall'Associazione Differenza Donna. «È l’esito estremo di una cultura che normalizza il controllo, il possesso e la violenza maschile sulle donne, soprattutto all’interno delle relazioni affettive. Guardarlo con uno sguardo femminista significa spostare l’attenzione dal “mostro” individuale al sistema che rende quel gesto possibile, prevedibile e spesso invisibile fino all’ultimo».
E allora perché, quando viene uccisa una donna, si continua a pensare a mano straniera?
«Perché riconoscere che la violenza nasce quasi sempre dentro casa è profondamente destabilizzante. Significa ammettere che il pericolo non è l’estraneo, ma il marito, il compagno, l’ex. La narrazione della “mano straniera” rassicura: trasforma il femminicidio in un’eccezione, in qualcosa di lontano da noi, anziché in un problema strutturale. Inoltre, protegge l’ordine simbolico patriarcale: se l’uomo violento è “altro” (straniero, marginale, folle), allora il modello maschile dominante non viene messo in discussione. Ma i dati sono chiari: la maggior parte dei femminicidi avviene in relazioni stabili o terminate da poco. È violenza domestica, non devianza».
Cosa spinge, all’interno di una relazione, al gesto estremo?
«Non è la gelosia, non è l’amore, non è un “raptus”. È il bisogno di controllo. In una cultura patriarcale, molti uomini crescono con l’idea che la partner sia parte della propria identità, una conferma del proprio valore, qualcosa che “appartiene”. Quando una donna esercita autonomia, decide di lasciare, di dire no, di non adeguarsi a quell’illusione di possesso si incrina. Il femminicidio è spesso una punizione per la disobbedienza, l’atto finale di una violenza che esisteva già: psicologica, economica, emotiva, fisica. Non è un’esplosione improvvisa, ma un’escalation».
Cosa non funziona?
«Non funziona un’educazione sentimentale che insegna alle donne a sacrificarsi e agli uomini a dominare. Non funziona un sistema che minimizza i segnali di violenza (“è solo geloso”, “sono cose di coppia”), che colpevolizza le vittime e assolve i carnefici con narrazioni romantiche o patologizzanti. Non funziona una giustizia lenta, una protezione insufficiente, una società che chiede alle donne di difendersi invece di chiedere agli uomini di smettere di violare. E soprattutto non funziona un’idea di amore fondata sul possesso invece che sulla libertà reciproca».
Da dove si riparte per educare al rispetto e al consenso?
«Si riparte dall’infanzia, e si riparte dagli uomini. Educare al consenso significa insegnare che nessuno è di nessuno, che l’amore non giustifica il controllo, che il rifiuto non è un affronto. Significa introdurre un’educazione affettiva e sessuale nelle scuole che parli di emozioni, di limiti, di comunicazione, di responsabilità. Significa decostruire la maschilità tossica, offrendo ai ragazzi modelli alternativi di forza, vulnerabilità e relazione. E significa ascoltare le donne, credere alle loro parole, finanziare i centri antiviolenza, fare prevenzione prima che repressione. Un femminicidio non è mai un “caso”. È il prodotto di una cultura. Cambiarla non è un compito individuale, ma collettivo».









