PHOTO
Il dottor Jankovic, 75 anni, ha raccontato la sua esperienza in diversi libri: Andrea ti aspetto a San Siro (Proedi Edizioni), Noi ragazzi guariti, con Giuseppe Masera (Ancora), Nati per vivere. Il paradiso può attendere e Famiglie inaspettate. Tornare alla luce dopo la malattia (Contrasto), Ne vale sempre la pena, con Salvatore Vitellino (Baldini & Castoldi).
Vent’anni fa, alle 6.45 di giovedì 12 ottobre, san Carlo Acutis moriva quindicenne in rianimazione, dopo essere stato ricoverato nella serata del sabato precedente, al reparto di Ematologia pediatrica dell’Ospedale San Gerardo di Monza «per una leucemia promielocitica acuta». Fra i medici che lo curarono in quella manciata di giorni, c’era anche Momčilo Jankovic, allora responsabile del Day hospital di Ematologia pediatrica.
Il dottor Sorriso, così era chiamato dai suoi giovanissimi pazienti, ne ricorda nitidamente «la serenità, la pacatezza e la consapevolezza nello sguardo e nei gesti – perché faceva già fatica a parlare – e il sorriso: cercava la relazione empatica con chi aveva vicino, nonostante la sofferenza che stava vivendo. Una reazione non comune».
In decenni di professione, l’oncoematologo pediatrico 75 enne – oggi in pensione – ha curato oltre 3 mila bambini e ragazzi di cui circa l’85% è guarito, ma nella sua memoria restano indelebili alcuni dettagli, come nel caso dei brevi incontri per lo più silenziosi con Carlo, occhi negli occhi: «Custodisco quello che mi hanno insegnato in quei momenti, rivelazioni preziose che mi hanno cambiato».
Un fulmine a ciel sereno
Il dottor Jankovic scrive poesie dedicate ai ragazzi che lo hanno particolarmente colpito; ne compose una anche per Acutis con il collega Andrea Biondi, suo collaboratore che sarebbe diventato primario. Un fulmine a ciel sereno, il titolo, mentre i versi sintetizzano la traccia profonda lasciata in loro dall’adolescente: «Ci sono però rimasti impressi i suoi occhi dolci, il suo sguardo pieno di attenzione per quanto gli stava accadendo, di coraggio, di amore, di forte empatia. Traspariva in lui quella sua fede in Dio che aveva già voluto, e voleva ancora, trasmettere agli altri». E ancora: «Grazie caro Carlo… grazie! La tua fede, basata sull’amore e sullo sguardo sulla libertà e sulla giustizia, ci ha aperto la strada verso una nuova vita».


Se «sei di fronte alla morte la fede può vacillare, la spiritualità è un faro importante per molte famiglie e anche per noi medici. Io non sono praticante, però credo e la fede per me è un appoggio nella difficoltà di accettare la morte di un bambino. Accogliere quella perdita trasforma anche i genitori nei migliori ambasciatori della speranza. Guariti o meno, la maggior parte dei pazienti e dei loro familiari non ti abbandonano mai. Quasi tutti si impegnano con un volontariato entusiasta e competente in varie fondazioni», racconta Jankovic.
Nato a Milano da padre serbo emigrato da Belgrado durante la guerra, commerciante in apparecchi fotografici, conobbe sua madre a Cusano Milanino e scelse per lui «il nome del mio nonno paterno ortodosso, Momčilo: vuol dire “ragazzo allegro, gioioso, sereno”».
Forse, in quella decisione era contenuta anche la missione del giovane nella sua futura professione, che definisce «vocazione»: su cinque fratelli, «nessuno in famiglia ha scelto la medicina, che invece mi ha sempre affascinato per poter essere di aiuto alle persone».
Così, «dopo le scuole cattoliche di madre Cabrini e il liceo classico Zaccaria dai padri barnabiti», la strada sembrava tracciata. «Dal quinto anno, quando si finalizza l’opzione per la specializzazione, mi affascinavano l’inizio e la fine della vita. Ero orientato verso medicina interna degli anziani oppure pediatria, ma non c’era posto. Invece, due mesi dopo, mi hanno telefonato perché si era liberato un posto per ematologia pediatrica. Ho iniziato a studiare le malattie del sangue, linfomi e leucemie: una passione cresciuta nel tempo, insieme a quella per le cure palliative, per garantire fino all’ultimo la qualità di vita».
La terapia “di contatto”
Insieme all’entusiasmo di veder guarire la maggioranza dei pazienti (da un decennio, come consulente, ne continua a seguire «una flotta» in ospedale per due volte a settimana), il dottor Jankovic ne ha anche accompagnato 620 fino all’esito infausto. L’ex chierichetto a cui il papà ha trasmesso la devozione alla Madonna (nei mesi scorsi ha raccontato la sua esperienza al Santuario di Oropa), per cui la fede «è sempre stata una fonte di forza e ispirazione», non nasconde che le sue certezze talvolta siano messe «un po’ in crisi perché tanti bambini anche piccoli devono morire e la loro sofferenza è una montagna da scalare. Per me è stato ed è un privilegio poterli toccare, la terapia del contatto in questi casi risulta preziosa. Quando posso vado ai loro funerali, ma non sono praticante, anche se prego e nelle difficoltà chiedo sempre un aiuto soprannaturale».
A riguardo, illumina i suoi passi la parabola del Buon samaritano, «non perché io mi ci senta», e l’esperienza di san Martino «che dà metà del mantello al mendicante: ricorda quanto sia importante donare ma anche proteggere sè stessi per non perdere energie. Questa figura è viatico del mio cammino. Posso testimoniare», conclude, «che la fede ha supportato molte persone sia durante le cure, sia dopo aver perso i loro cari: molti hanno ritrovato la forza. I ragazzi guariti mi fanno conoscere i loro figli, che mi chiamano nonno: sono famiglie inaspettate».











