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Lo stand San Paolo al Salone del Libro di Torino
Essere presenti al Salone del Libro di Torino non è mai una scelta neutra. Per il Gruppo San Paolo, quest'anno, è stata una scelta di campo: portare la propria proposta editoriale in uno degli spazi culturali più frequentati d'Italia, aprirsi a chi è in ricerca, a chi non si definisce credente, a chi si ferma per curiosità davanti a una parola - libertà, coraggio, fiducia - scritta su un pannello all'ingresso di uno stand.
Il tema del Salone 2026, Il mondo salvato dai ragazzi, ha fatto da cornice ideale a una presenza che ha sorpreso anche gli stessi organizzatori: migliaia di passaggi, eventi gremiti, e una partecipazione giovanile inattesa che ha ribaltato i luoghi comuni su una generazione spesso descritta come disinteressata e distratta.
Don Simone Bruno, direttore editoriale di San Paolo, racconta come è andata.
Quante persone sono passate dallo stand San Paolo quest'anno? E cosa hanno lasciato queste presenze? C'è stato un momento in cui ha pensato: "ecco perché vale la pena essere qui"?
«Parto dall'ultima parte della domanda. Per noi è stato sicuramente una scelta di campo e di gruppo, quella di essere presenti al Salone del Libro, perché è un evento culturalmente pregnante e permette un crocevia di incontri con tantissime persone che hanno la possibilità di avvicinarsi al nostro stand, anche se non sono sempre credenti, anche se sono in ricerca, anche se hanno semplicemente voglia di attraversarlo perché colpiti e rapiti dai titoli che proponiamo e dai temi che affrontiamo. Questo, in generale, ci ha resi orgogliosi ancora di più rispetto al tema che il Salone del Libro ha dato quest'anno - Il mondo salvato dai ragazzi - e ora ti dirò anche il perché.
Sul numero delle persone che hanno attraversato il nostro stand, posso senza esagerare dire che abbiamo davvero superato le migliaia: c'è stato un flusso continuo, ricco, non soltanto per l'acquisto dei volumi, ma proprio perché incuriositi dalle nostre proposte. Ti faccio un paio di esempi.
All'ingresso dello stand c'era uno spazio dove le persone potevano lasciare i loro pensieri attorno alle parole chiave che abbiamo selezionato quest'anno — parole come libertà, coraggio, fiducia — che rimandavano a una buona parte dei nostri progetti editoriali. Man mano che scorrevano, le persone potevano fermarsi e raccontare cosa significava per loro quella parola. Un impatto iniziale di valore, secondo noi, che ha permesso un ingresso nello stand con un'attenzione specifica alla persona e alle relazioni.
Entrando poi, le opportunità di scoprire i nostri progetti non erano limitate agli scaffali e ai banconi: c'erano gigantografie di alcuni nostri eventi e delle nostre copertine, uno spazio dedicato alle presentazioni dei volumi accompagnati dagli autori, e anche un angolo riservato per incontrare in maniera discreta autori, giornalisti e ospiti illustri. Uno stand che ha avuto alla base il termine accoglienza.
Ritornando al tema del Salone, Il mondo salvato dai ragazzi, per noi si è aperto con un evento molto importante: la presenza dei genitori di Sammy Basso, Laura e Amerigo, che hanno dato il via alla nostra presenza di valore all'interno di un Salone che trattava un tema di questo tipo. Certo, Sammy non era un ragazzino, ma in tutta la sua storia, in tutta la sua esperienza, ha sempre cercato di lavorare per migliorare l'infanzia di coloro che sono affetti dalla progeria. Un evento che ha davvero aperto tanto.
Poi c'è stato il progetto Nascere è un verbo al plurale, realizzato con una nostra autrice che ha anche prodotto un podcast in contemporanea. E naturalmente lo spazio per il buon e caro Vittorino Andreoli, che è stato probabilmente l'evento di maggiore successo, con tantissima gente che ha corso per lo stand per il firmacopie. Fino a Silvio Garattini.
Abbiamo davvero orientato il nostro progetto editoriale in un modo molto valoriale e al tempo stesso molto aperto. Chi veniva a visitare lo stand non trovava semplicemente dei libri sugli scaffali, ma aveva modo di interagire con quella che è la realtà effettiva della San Paolo. E quest'anno abbiamo previsto anche lo spazio “Giornali e caffè”, con la presenza di tutti i giornalisti delle nostre testate. È stato un esperimento davvero riuscito, per dare l'idea che il nostro è un gruppo complesso e variegato, che permette l'approfondimento giornalistico e digitale, oltre che l'esperienza del libro».
C'è stata una partecipazione giovanile significativa, sia al Salone in generale che allo stand San Paolo in particolare?
«Direi proprio di sì. Innanzitutto, i laboratori che abbiamo pensato per i bambini — animati con attività, giochi e riflessioni — sono stati popotatissimi. Ma per quanto riguarda i nostri eventi, siamo rimasti davvero colpiti dal grande flusso partecipativo dei giovani. Ti faccio alcuni esempi.
Alla presentazione di Vittorino Andreoli, che affrontava un tema molto profondo e intimo — l'esperienza dell'ascolto — circa la metà dei trecento partecipanti erano giovani. Molti di loro sono poi venuti allo stand per farsi firmare la copia e hanno parlato direttamente con lui. Abbiamo raccolto con sorpresa questa esperienza, anche per l'evento con Nando dalla Chiesa, che ha presentato un tema molto particolare: la storia con sua moglie, venuta a mancare quattro o cinque anni fa.
Allo stand, penso per esempio all'evento di Enzo Bianchi e Ferruccio de Bortoli, che ha richiamato tante persone giovani, interessate a capire, da una persona con grande esperienza come Enzo Bianchi, in quali direzioni oggi si può guardare nei termini della fede e della spiritualità. Questo ha colpito molto.
Faccio un ultimo esempio riferito al sottoscritto: la presentazione del mio volume, in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ha raccolto per metà un pubblico fatto di giovani e giovani adulti. Un segnale della sensibilità dei giovani di oggi ai temi della comunicazione e delle relazioni, anche al di là — o accanto — alla loro presenza sui social network.
Non sono assolutamente d'accordo con i luoghi comuni rispetto ai giovani di oggi. Tutti i giovani e le giovani che hanno partecipato, che si sono avvicinati ai nostri eventi e al nostro stand, hanno sempre portato curiosità, entusiasmo, desiderio e passione».


Chi si fermava allo stand San Paolo, al di là del pubblico già vicino alla fede? Cosa muoveva anche le persone più distanti da temi spirituali?
«Ho notato questo perché ho dedicato alcuni momenti a un'osservazione diretta, cercando di capire com'erano i flussi e chi si avvicinava e perché. Ho in mente due risposte.
La prima è il tema della ricerca. È uno dei bisogni che noto tantissimo nelle persone di oggi, sia quando le ascolto in confessione, sia — soprattutto — come psicologo e psicoterapeuta, perché mantengo ancora questa parte molto importante della mia vita. La ricerca. Quella sete costante di trovare risposte, soprattutto alle direzioni di senso. Sotto, io colgo sempre due domande: chi sono e dove vado.
Il tema della ricerca è un tema che può avvicinare chiunque, perché è profondamente umano. E il nostro stand è uno stand umanamente concepito proprio per abbracciare chi sente questa sete.
Il secondo bisogno sono i valori. Siamo sempre molto colpiti da come il contesto culturale attuale metta in secondo piano i valori, portando avanti strategie di comunicazione politica e guerrafondaia molto aggressive. In realtà la gente ha tanto bisogno di valori in cui potersi riconoscere, valori che danno significato alla loro identità e al percorso che stanno conducendo, a prescindere dal punto da cui stanno partendo. E questo può far incontrare temi, parole, persone che impastano queste due parole chiave: la ricerca e il valore. Parole che vengono raccolte e tessute nella nostra esperienza di editori pastorali, perché abbiamo il compito di accompagnare chi è in ricerca e chi sente la necessità di incontrare i valori».


Al di là del suo libro, qual è stato l'evento che l'ha colpita di più?
«Sono stati tutti bellissimi, ma ce ne sono due che hanno fatto vibrare le corde delle mie emozioni in modo particolare.
Il primo è stato l'evento di Nando dalla Chiesa. Mi sono molto emozionato. Ho sentito vibrare le corde dei legami, di un'esperienza che era sicuramente intima e personale, ma anche profondamente sociale, visto e considerato che lui ha raccontato la sua storia dentro un tessuto come quello della sua famiglia e di quello che mediaticamente, culturalmente e socialmente hanno rappresentato tutti loro.


Il secondo momento di emozione — e commozione — è stato durante la realizzazione del podcast e della presentazione di "Nascere è un verbo al plurale”. Lì ho visto l'autrice parlare di temi così delicati, temi che riguardano tutti, perché tutti siamo nati, tutti siamo figli. E tutti abbiamo partecipato — probabilmente senza conoscerne la profondità e il valore — a quel momento che è il momento del grembo, dell'accoglienza, della gestazione, delle relazioni; il momento in cui la vita viene inevitabilmente a stare al centro, a prescindere da tutto e da tutti. Lì ho provato due picchi personalmente molto coinvolgenti».
Questo Salone conferma, corregge o rilancia qualcosa nella missione di San Paolo come editore?
«Mi viene da dire: conferma e rilancia.
Conferma la nostra presenza come punto di riferimento, come un'oasi per chi ha sete dei due valori di cui ti parlavo prima. La spiritualità, che rimetto al centro, è un valore ed è un atteggiamento di ricerca profondamente umano. Il fatto che noi possiamo essere un punto grazie al quale qualcuno trova risposte che raccolgono i bisogni della spiritualità contemporanea mi conferma davvero che siamo nel posto giusto.
Rilancia perché abbiamo scoperto come anche un editore cattolico come il nostro, usando la lente del rispetto e la lente delle relazioni, possa parlare di temi molto complessi e dichiaratamente più laici — come quelli di Andreoli, di Garattini sulla salute o dello stesso Nando dalla Chiesa — mantenendo e consolidando la propria identità. Questo mi permette di vedere un rilancio dell'editore come un ponte, sempre disponibile a raggiungere chi è lontano».









