C’è un momento, nelle tragedie, in cui le parole si arrendono. E resta solo il silenzio. È quello che è accaduto ieri sera a Massa, quando una folla immensa — si parla di ventimila persone — ha attraversato le strade del centro per ricordare Giacomo Bongiorni, 47 anni, morto nella notte tra sabato e domenica dopo una violenta aggressione.

Ventimila persone. Un numero che impressiona, soprattutto per una città come Massa. Ma la misura della partecipazione dice molto più della cronaca: racconta una ferita collettiva, un dolore che non resta confinato dentro una famiglia ma si allarga, coinvolge, interroga.

Il corteo è partito da una piazza Garibaldi che strabordava di folla, promosso dalla Diocesi e dal Comune. Ha attraversato piazza Aranci, ha sfiorato il palazzo municipale, si è raccolto davanti alla Cattedrale, per poi concludersi in piazza Palma, il luogo dove si è consumata la tragedia. Un percorso che è sembrato quasi un pellegrinaggio laico, una via dolorosa dentro la città.

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Il nostro inviato Francesco Anfossi a Massa per seguire la fiaccolata in memoria di Giacomo Bongiorni, picchiato a morte da tre ragazzi dopo averli richiamati rivolto per una bottiglia di vetro rotta in piazza Felice Palma.

Un mare di lumini accesi. Volti tesi, composti. La madre di Giacomo ha seguito il corteo in auto, accompagnando da vicino, ma con la distanza che il dolore impone, quell’abbraccio collettivo. Sulle scalinate del Duomo due striscioni: “Non violenza”, scritto in più lingue, e “Giustizia per un eroe dagli occhi blu come te”. Parole semplici, ma necessarie. Perché quando accade l’inspiegabile, anche il linguaggio si fa essenziale.

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Arrivati in piazza Palma, dove tanta gente aveva deposto fiori sul luogo dove è avvenuta la morte di Giacomo, la folla si è fermata. Nessun discorso, nessuna retorica. Solo silenzio. Un silenzio lungo, condiviso. Forse l’unica risposta possibile davanti a una morte così.

E intanto, mentre la città si raccoglie, la giustizia prova a fare il suo corso. Le indagini dei carabinieri proseguono senza sosta. Al centro c’è un ragazzo di 17 anni, fermato con l’accusa di concorso in omicidio aggravato dai futili motivi. Una giovane promessa della boxe toscana. Con lui due maggiorenni: Ionut Alexandru Miron, 23 anni, ed Eduardo Alin Carutasu, 19.

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Le immagini delle telecamere raccontano una scena brutale: Miron che blocca Bongiorni, lo tiene fermo; Carutasu che lo colpisce a morte. Il minorenne sostiene una versione diversa, affermando che sarebbe stata la vittima ad aggredire per prima. Ma non risultano referti medici né segni evidenti che confermino questa ricostruzione. Dopo l’accaduto, il ragazzo sarebbe tornato a casa senza dire nulla.

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«Frequentava compagnie non belle», dicono oggi alcuni conoscenti. Frasi che arrivano sempre dopo, quando il male è già accaduto, e che suonano come un’amara constatazione più che una spiegazione.

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Si attendono ora i risultati dell’autopsia, mentre proseguono interrogatori e accertamenti. Ma oltre agli sviluppi giudiziari, resta la domanda più difficile: come è stato possibile?

Massa oggi è una comunità sgomenta, sotto shock. Una città che ha risposto con una presenza straordinaria, quasi a voler dire che la violenza non può avere l’ultima parola. Ma anche una città che dovrà fare i conti con quello che è successo, senza scorciatoie.