Un uomo a Massa viene picchiato a morte di fronte al figlio di 11 anni per avere chiesto a dei ragazzi di non lanciare oggetti contro una vetrina. Il primo pensiero è quello di stare alla larga dagli adolescenti quando sono in gruppo: non si sa mai quali reazioni possano avere. Ma il secondo, come padre ed educatore, è che non posso rassegnarmi alla paura, camminando a testa bassa, tacendo per timore di dire la parola sbagliata.

ALBERTO

– Caro Alberto, il tuo moto di ribellione è comprensibile e prezioso. Episodi come questo alimentano un clima di insicurezza diffusa che rischia di avvelenare la vita quotidiana di tutti noi.

Come cittadini, genitori e adulti attenti ai giovani, siamo chiamati a uno sforzo collettivo per non lasciarci condizionare. Innanzitutto, ricordiamo che si tratta di fatti minoritari: media e social amplificano fenomeni di delinquenza che sono sempre esistiti.

C’è chi ha interesse a soffiare sul fuoco del malcontento, attraverso il sensazionalismo dei notiziari per ricavarne vantaggi di consenso politico o di audience.

In secondo luogo, è urgente investire in un’educazione alla convivenza e alla gestione delle emozioni. La famiglia è il primo luogo in cui si impara a stare insieme: quando diventa invece il regno dell’individualismo e delle rotture relazionali, l’intera società ne paga le conseguenze, impoverendosi progressivamente di legami.

Infine, se da più parti si alzano voci sul malessere giovanile e sulla diffusione del disagio psichico, noi adulti dobbiamo chiederci con onestà quali modelli di convivenza stiamo offrendo ai ragazzi.

E le istituzioni devono interrogarsi su quanta attenzione reale venga dedicata alla costruzione di un rinnovato senso comunitario, senza il quale nessuna misura di sicurezza sarà mai sufficiente.