C’è un momento preciso in cui la statistica cessa di essere un freddo bilancio amministrativo e si trasforma in un’orazione funebre collettiva. Accade quando il pallottoliere dei numeri travalica la soglia psicologica del millesimo nome.

Millesei. Il numero non si ferma, scorre come il nastro di una catena di montaggio che non conosce riposo. Da gennaio a oggi, l’Italia ha registrato una cifra che dovrebbe far tremare le fondamenta del nostro patto civile. Non è una fatalità, né il tributo inevitabile pagato al progresso o alla ripresa economica. È una strage strisciante, muta, che si consuma nel silenzio orizzontale di cantieri polverosi, di stive d'imbarcazioni, di campi assolati sfigurati dai solchi dei trattori, lungo asfalti percorsi all'alba da furgoni e biciclette.

Se oggi possiamo pronunciare questa cifra, se possiamo guardare nell'abisso di questa contabilità del dolore senza il velo anestetizzante dei ritardi burocratici, lo dobbiamo all'ostinazione solitaria di un uomo. A Bologna, dal 2008, Carlo Soricelli cura con rigore francescano l’Osservatorio Indipendente sui morti sul lavoro. Lo ha aperto all’indomani della rovente notte di metallo e fuoco della ThyssenKrupp di Torino quando il sei dicembre 2007 sette operai furono inghiottiti dalle fiamme, per impedire che i nomi venissero sepolti due volte: la prima sotto la terra, la seconda sotto la burocrazia dei verbali. Soricelli registra tutto. Include chi cade nei campi senza un contratto, gli invisibili del lavoro nero, i precari sprovvisti di tutela Inail, le vittime dell'itinere. Dove la contabilità ufficiale fatica ad arrivare per veti di perimetro, il suo memoriale digitato rigo su rigo restituisce la fisionomia nuda e cruda della tragedia.

Incidenti sul lavoro, generica, cantiere, infortuni, archivio. ANSA/STEFANIA PASSARELLA
Incidenti sul lavoro, generica, cantiere, infortuni, archivio. ANSA/STEFANIA PASSARELLA
Incidenti sul lavoro. ANSA/STEFANIA PASSARELLA (ANSA)

Il labirinto dei subappalti e la fretta che uccide

Per comprendere perché l’Italia continui a morire di lavoro con un ritmo medio di quasi tre decessi al giorno, bisogna scendere nelle viscere del sistema produttivo. Là dove la norma incontra il cantiere, si incontra una parola complessa che nasconde una realtà brutale: la "cascata" degli appalti.

Da quando le maglie normative si sono allentate, consentendo la proliferazione di subappalti infiniti, la catena della responsabilità si è spezzettata fino a dissolversi. L'Osservatorio di Bologna denunzia un incremento dei decessi del 15% legato a questo meccanismo. In cima c’è chi vince l'appalto tagliando i costi; in fondo c'è l'ultimo anello della catena: un operaio stretto tra tempi di consegna immodificabili e margini di profitto risicati. È lì che la sicurezza smette di essere un diritto fondamentale e viene degradata a intralcio, a voce di spesa da sforbiciare.

Nelle ultime ore la cronaca ha offerto l'ennesima drammatica conferma. Un uomo di 46 anni, padre di tre figli, è precipitato a Roma dal cestello di una gru; mentre cadeva verso il vuoto, il suo collega si è salvato per miracolo aggrappandosi con le mani a un traliccio di metallo. A Pordenone, un operaio di 64 anni, un’età in cui spesso si dovrebbero godere i frutti di una vita di fatiche, è stato colto da un malore fatale sotto il sole di un cantiere edile. E ancora nei campi: sono già 133 i lavoratori schiacciati dal ribaltamento del trattore dall'inizio dell'anno, anziani agricoltori traditi da mezzi obsoleti che non perdonano la minima pendenza.

A tutto questo si aggiunge la piaga silenziosa dell'autotrasporto, con 136 autisti deceduti sulle strade dal primo gennaio ad oggi: il doppio dell'anno precedente. Camionisti costretti a macinare chilometri a ritmo serrato per garantire consegne "just in time", dove il sonno e la stanchezza diventano nemici mortali.

L'illusione dei numeri e la ferita dell'Europa

Un recente dossier del Senato della Repubblica scatta una fotografia spietata: l'Italia si attesta su livelli di mortalità sul lavoro superiori del 50% rispetto alla media dell'Unione Europea. Tra il 2017 e il 2023 si sono contati 9.263 morti ufficiali. Nonostante le severe normative vigenti e le ingenti risorse destinate ai bandi per la sicurezza (oltre 4,4 miliardi di euro stanziati dall'Inail), l'obiettivo europeo "Vision Zero", azzerare i decessi entro il 2030, appare come un'utopia lontana.

Se da un lato i dati provvisori dell'Inail indicano una lieve flessione delle denunce formali, dall'altro emerge una crescita preoccupante degli infortuni complessi (+4,9%), delle malattie professionali registrate (+16,6%) e soprattutto una ferita tragica: il balzo dei decessi tra gli studenti impegnati nei percorsi di formazione scuola-lavoro, quasi raddoppiati rispetto all'anno precedente. Ragazzi che dovrebbero affacciarsi alla vita e che invece incontrano la morte nel luogo in cui dovrebbero imparare a costruirsi il futuro.

L'Osservatorio Vega Engineering di Mestre traccia ormai un'Italia a colori, simile alla mappa dei contagi epidemici: regioni in zona rossa per incidenza di rischio, aree dove morire di lavoro è più probabile che altrove. Inoltre, quasi il 10% delle vittime complessive è composto da donne, madri, figlie, spose strappate alle loro famiglie, a dimostrazione di come la piaga attraversi trasversalmente ogni genere e settore.

Una questione morale e democratica

Non possiamo rassegnarci all'idea che il lavoro, elemento fondativo della nostra Repubblica secondo l'Articolo 1 della Costituzione, si trasformi nel luogo del sacrificio umano. La democrazia non si misura solo dagli indici del Prodotto Interno Lordo o dalle curve della produzione, ma dal valore morale che attribuisce alla tutela della vita umana nei luoghi di produzione.

Quando mille persone perdono la vita in nove mesi per guadagnarsi da vivere, non siamo di fronte a una sequenza di fatalità, ma a un preciso fallimento sistemico. Serve un'assunzione di responsabilità collettiva: controlli capillari, sanzioni severe per chi svaluta la sicurezza in nome del profitto, una riforma radicale della normativa sugli appalti e una vera cultura della prevenzione che parta dalle scuole e arrivi alle grandi aziende.

Restituiamo un nome, un volto e una dignità a chi non è mai tornato a casa la sera. Perché una società che accetta la morte come prezzo invisibile del lavoro ha già smarrito l'anima.