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Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico e vicepresidente di Libertà eguale
Non è scandalizzato dal metodo ed è d’accordo nel merito. Stefano Ceccanti, ordinario di diritto pubblico presso l’università La Sapienza di Roma e vicepresidente dell’associazione Libertà Eguale si era già schierato per il sì in entrambi i due precedenti referendum di riforma costituzionale. Sul testo, blindato senza possibilità di proporre emendamenti neppure tra la stessa maggioranza, ricorda, da ex deputato del pd, che «il metodo deriva dal fatto che in queste legislature nessuno dei due schieramenti vuole parlare con l’altro. Lo ha fatto la maggioranza, lo ha fatto anche l’opposizione. Non si cercano punti di compromesso. Questo va ascritto a titolo di demerito di entrambi. La separazione delle carriere si poteva fare tranquillamente in modo consensuale dialogando. Non è stato voluto dalla maggioranza, non è stato voluto neanche dall’opposizione».
Ma non la preoccupa che lo stesso ministro Carlo Nordio dica che questa riforma non servirà a rendere la giustizia più giusta, ma che potrà servire anche all’opposizione quando sarà al Governo?
«Sia Nordio sia l’Associazione nazionale magistrati dicono delle cose che non esistono nella riforma. La riforma si occupa del rapporto tra accusatori e giudici, non si occupa in nessuna norma del rapporto tra giustizia e politica».
Perché è a favore del sì?
«Perché il codice Vassalli rompeva lo schema fascista della carriera unica. Vassalli diceva che per passare in pieno alla logica del Nuovo Codice, bisognava assolutamente separare chi giudica da chi accusa. Il processo precedente era basato sulla presunzione di colpevolezza e quindi stavano insieme da una stessa parte il giudice che accusava e quello che giudicava e l’avvocato era visto come un male minore. Il processo liberale di tipo accusatorio, che parte dalla presunzione di innocenza, impone, invece, che chi giudica sia separato nettamente da chi accusa. E questo lo si può fare pienamente, non solo impedendo i passaggi, ma anche con un organo separato per chi giudica dall’organo separato di chi accusa».


Ci saranno miglioramenti per il cittadino?
«Noi oggi assistiamo al processo mediatico in cui – per le cose che dice l’accusa, cioè, nella fase iniziale, i gip e i gup - il cittadino è trattato come un presunto colpevole e magari poi viene assolto, come avviene nel 40 o 50 per cento dei casi. Però ha subìto il fatto di sembrare un presunto colpevole. Questo ha a che fare, secondo me, con l’unicità delle carriere. E anche il fatto che il cittadino quando viene assolto deve impiegare un sacco di tempo e di soldi lungo il percorso è un elemento classista. Va spezzato il legame tra pubblici ministeri e giudici».
Non la tranquillizza il fatto che il pubblico ministero deve operare anche a garanzia dell’imputato?
«Premesso che non succede quasi mai, questa norma non cambia».
Con le ultime riforme, in particolare quella Cartabia, meno dell’un per cento dei magistrati cambia funzione. Non è sufficiente?
«No. Ci vogliono carriere separate e un doppio Csm con l’Alta Corte che ha il potere disciplinare. Questa è una costruzione dei giuristi di centro-sinistra come Luciano Violante che ritenevano che il disciplinare dovesse andare in una Corte del tutto a parte perché potesse essere effettivamente più neutra, più equilibrata. Questo era scritto anche nel programma elettorale del Partito Democratico del 2022 con cui noi ci siamo presentati alle elezioni e in cui io ero candidato».
Con la separazione dei Csm e l’Alta Corte non teme che la magistratura venga messa sotto il controllo della politica?
«No, perché è composta per due terzi da membri togati e per un terzo da membri non togati di cui metà scelti dal Presidente della Repubblica e metà scelti dal Parlamento. I due terzi togati estratti a sorte, quindi non c’è una predominanza della politica».
La convince anche il sorteggio?
«Il sorteggio è migliore dello status quo anche se sarebbe stato meglio istituire i collegi uninominali. Il Csm è una struttura di gestione, non è una struttura rappresentativa e quindi non vedo perché debbano esserci le correnti. Peraltro noi sorteggiamo 16 giudici, che insieme agli altri 15 della Corte Costituzionale vanno a giudicare il Presidente della Repubblica nei casi di alto tradimento e attentato alla Costituzione. Se si possono estrarre a sorte 16 giudici in un processo così delicato si possono tranquillamente sorteggiare anche i membri del Csm».
Tra i fautori del sì c’è anche un comitato dei cattolici e lei stesso è cattolico. Dall’altra parte, con la società civile per il no, ci sono le Acli e un’altra consistente parte del mondo cattolico. Come vede questa diversa posizione?
«Quella del referendum non è una questione legata strettamente alla fede e quindi la regola è, ovviamente, il pluralismo. Dentro la nostra associazione Libertà Eguale, che è di cultura liberale di sinistra, è presente un filone cattolico liberale garantista che sostiene da sempre queste visioni. Ma lo fa in quanto cattolici senza aggettivi, a partire da una cultura politica cattolico liberale contraria a logiche inquisitori stataliste, elaborata in particolare dal caro amico Giorgio Armillei prematuramente scomparso».




