PHOTO
Ieri, nel giorno dei funerali a Milano delle cinque vittime della tragedia di Crans-Montana, un minuto di silenzio ha attraversato tutte le scuole italiane. È proprio attorno a questa parola – silenzio – che oggi invitano a sostare gli esperti, come primo passo per accompagnare i ragazzi nel dolore, prima ancora di cercare spiegazioni, responsabilità, verità pur necessarie. «Il dolore non ha voce, ma pesa», scriveva Cesare Pavese. E ieri quel peso era tutto nelle aule del liceo Virgilio di Milano, nel primo rientro dopo le vacanze natalizie.
A entrare a scuola, insieme a una task force di colleghi, è stato Ivan Giacomel, psicologo dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, chiamato a sostenere i compagni di classe e i docenti delle quattro vittime di Crans-Montana attualmente ricoverate: tre all’ospedale Niguarda, una a Zurigo. «In questa prima fase di attraversamento del dolore – spiega – la cosa più importante non è parlare o non parlare di quanto accaduto, ma far sapere ai ragazzi che, se c’è bisogno, c’è qualcuno disposto ad ascoltarli. È fondamentale rispettare lo spazio e il tempo dell’altro, senza forzare l’apertura emotiva: lo faranno quando e se lo sentiranno».
I ragazzi di terza sono rimasti in classe fino al termine delle lezioni. Non hanno partecipato ai funerali. «Li capisco», osserva Giacomel. «I loro compagni sono ancora vivi, seppur gravemente feriti. Andare al funerale avrebbe significato affacciarsi più da vicino alla possibilità che potessero morire. È un passo emotivamente troppo grande, in questo momento».
In classe il clima era teso, carico di un’emozione difficile da nominare. Le parole faticavano a trovare spazio. «C’è stato più silenzio che linguaggio. Hanno pianto. Ed è giusto così. È umano». I ragazzi apparivano provati, alcuni immersi in una profonda confusione emotiva. Eppure, in quel silenzio, sono emerse riflessioni inattese: il tema della fragilità dell’essere umano, della vulnerabilità. «Sono pensieri che di solito arrivano in età adulta – sottolinea Giacomel – non a sedici anni. L’adolescenza è il tempo della costruzione dell’identità, della forza, della sicurezza. Ieri, invece, eravamo su un altro piano». Proprio per questo, avverte lo psicologo, sarà necessario monitorare con attenzione nelle prossime settimane come i ragazzi elaboreranno le proprie emozioni, nel dialogo tra scuola e famiglia.
Il primo incontro è servito anche a tracciare alcune linee guida per il futuro, comprese quelle su ciò che è meglio evitare. «Dire ai ragazzi “dovete essere forti” o “non piangete” è una comunicazione direttiva e giudicante», spiega. «Se un ragazzo piange o non si sente forte, rischia di aggiungere al dolore la paura di deludere l’adulto. Le emozioni vanno lasciate fluire. Allo stesso modo, dire “andrà tutto bene” è spesso un modo inconscio per evitare di nominare ciò che fa paura».
Il lavoro ha coinvolto anche i docenti. Molti di loro accompagnavano questi ragazzi da oltre due anni; si era creato un legame profondo. «Alcuni insegnanti piangevano. È naturale: la scuola è una comunità». Alla domanda su come comportarsi – se proseguire il programma o fermarsi – Giacomel ha risposto invitando all’autenticità: «Devono fare ciò che sentono, spiegandolo ai ragazzi. Se un professore vuole affrontare l’argomento va bene, se preferisce non farlo va bene lo stesso. I ragazzi sono perfettamente in grado di riconoscere e comprendere la fragilità degli adulti».
Il lutto, in adolescenza, ha caratteristiche specifiche. «Il cervello di un adolescente non è quello di un adulto. La capacità di mentalizzazione è ancora in costruzione, così come la regolazione emotiva». Le emozioni sono più intense, travolgenti: rabbia, apatia, tristezza possono assumere una dimensione assoluta. «Per un adolescente l’emozione è eterna: se oggi sono triste, lo sarò per sempre. Il mondo diventa un luogo definitivamente ostile». Con il tempo, un trauma di questo tipo può insinuare dubbi profondi nell’identità: posso fidarmi del mondo? Posso sentirmi al sicuro? Il rischio è che la ferita diventi una lente attraverso cui leggere tutta la realtà.
In questo quadro, il ruolo del gruppo dei pari è cruciale. «Per un adolescente gli amici sono fondamentali, più che per un adulto. Ma attenzione: non tutti i coetanei sono amici». Il pari può essere una risorsa potente se c’è un legame autentico, ma anche fonte di ansia se prevale il timore del giudizio. «In questa classe ho percepito che erano amici anche nella vita. Ed è proprio questo che rende il dolore ancora più profondo».
Il prossimo incontro a scuola è previsto tra due settimane. Nel frattempo, resta quel silenzio denso, necessario, che non chiede risposte immediate. Un silenzio che non nega il dolore, ma lo custodisce.








