La benedizione a Trump, comandante in capo, da parte di alcuni pastori evangelici dell’Ufficio per la Fede nella sala Ovale. Netanyahu che cita insieme Gengis Khan e Gesù Cristo. Le giustificazioni e i riferimenti religiosi sempre più arruolati nella guerra del Medio Oriente. Il ruolo di Kirill nel conflitto russo-ucraino. Macron, che nella laicissima Francia, invoca la tregua per rispetto delle feste sacre. Le religioni sono sempre più spesso chiamate in causa nello spazio pubblico, anche laico, anche occidentale. Per un verso niente di nuovo, anche senza arrivare all’estremo del “Gott mit uns”, il Dio con noi teutonico usato dal nazismo, quando Bob Dylan scrisse la canzone pacifista With God on our side aveva come bersaglio il modo di arruolare Dio nella cultura americana degli anni Sessanta. Ma da tempo non si sentivano entità soprannaturali citate così di frequente da istituzioni laiche.

La copertina del libro

Abbiamo chiesto a Franco Garelli, sociologo dell’Università di Torino, autore con Stefania Palmisano del recente saggio Le religioni nel mondo globale per Il Mulino di aiutarci a a interpretare questo fenomeno e i suoi mutamenti.

Da tanto non si sentivano le religioni così chiamate in causa in chiave politica o addirittura militare, anche in contesti dove non è affatto scontato. Professor Garelli, che cosa sta succedendo?

«Le religioni sono, da ogni parte del mondo, fortemente intrecciate con la vita dei popoli. E lo sono anche in contesti molto laici, penso alla Francia o all’Unione sovietica, dove per le circostanze sono rimaste a “covare” per così dire “sotto la cenere”. La stessa lettura per cui, almeno a livello occidentale, si è creduto che si stesse andando verso una progressiva laicizzazione, è in crisi in questo momento storico, perché chi governa si sta rendendo conto che le istituzioni laiche da sole hanno quello che chiamerei un “difetto di narrazione”: appaiono deboli in termini di capacità di coinvolgimento, rispetto alla vita delle persone. Così si spiega il fatto che un Macron invochi la tregua come forma di rispetto delle festività religiose: è un modo di ammettere che anche il Paese che ha fatto la scelta laica radicale di abolire i simboli religiosi nello spazio pubblico in qualche modo deve tenere conto la componente religiosa esiste e che non è bastato toglierle le insegne per poterne prescindere. Lo stesso governo comunista cinese con i suoi riferimenti a Confucio e con la ricerca di un buddhismo “amico” e “ammansito” finisce per ammetterlo, dopo decenni di politiche di ateismo di Stato».

Anche più spesso vediamo – si pensi a Trump, alla Russia, al conflitto del Medio Oriente – le religioni arruolate. Stiamo assistendo a un ritorno delle guerre di religione o a guerre ammantate di religione?

«Direi la seconda: le religioni sono utilizzate come copertura, per giustificare altri fini per i quali sarebbe molto più difficile coinvolgere le opinioni pubbliche. C’è da dire che in molti contesti, e non è un fatto positivo, le religioni si prestano a lasciarsi strumentalizzare e utilizzare ogni volta che poteri politici e figure di spicco delle religioni si uniscono in chiave identitaria: si pensi al ruolo della Chiesa ortodossa di Mosca e del Patriarca Kirill nel consenso alla guerra in Ucraina e nel veicolare il mito della Grande Russia. Ma vale anche per il mondo Maga, per la preghiera con un gruppo di pastori evangelici nella sala Ovale di Trump, che però, in questo caso, sono molto meno riconducibili a religioni tradizionali e molto di più a un settarismo contemporaneo: ma si tratta pur sempre di ammantare di valore scelte che hanno altri obiettivi non sempre nobili».

Ma non è un regresso rispetto allo sforzo di trovare nella laicità delle istituzioni uno spazio comune in cui provare a convivere rispettandosi tra diversi?

«Dove è stato applicato molto rigidamente, come in Francia, il pluralismo ha finito per alimentare contrapposizioni identitarie, sottotraccia, mentre ha funzionato meglio in contesti in cui si è stati più elastici. Già grandi pensatori, come Marx e Weber, avevano notato che l’Europa a suo tempo si è modernizzata a scapito della religione, ma entrambi e non solo essi hanno riconosciuto quanto le religioni fossero implicate nella vita dei popoli, e sottolineato la necessità che le nuove società trovassero delle ‘credenze laiche’ capaci di sostituirsi al fattore religioso. D’altro canto è vero che oggi tutte le religioni vivono al loro interno una dicotomia: accanto alle componenti che si lasciano come dicevamo arruolare e reclutare, ci sono nelle religioni istanze trasversali che si saldano attorno a valori comuni di dialogo e di pace: si pensi a tutto il lavoro di papa Francesco sull’ecumenismo, sulla volontà di creare una sorta di Onu delle religioni attorno ai valori di pace, convivenza, rispetto reciproco. Ritroviamo queste istanze, ogni volta che anche in questi giorni sentiamo qualcuno, come ha fatto il cardinale Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, alzare la propria voce contro l’arruolamento di Dio nelle guerre».

Tra le parole in libertà ci sono state quelle di Nethanyahu che ha associato in un ardito paragone Gesù Cristo e Gengis Khan, come dobbiamo leggerle?

«Magari le ha dette per giustificare le sue scelte politiche e militari: per dire che la sola moralità non basta per garantire la sopravvivenza e che solo agendo con spietatezza e con potenza ci si può opporre ai nemici. Ma, appunto, si tratta di parole in totale libertà, spese in un contesto drammatico».