La sera di domenica 12 aprile a Viktor Orbán sono bastate poco più di due ore dalla chiusura dei seggi per capire che il potere a cui è rimasto saldamente aggrappato per 16 anni gli era inesorabilmente scivolato di mano. Così Orbán si è presentato davanti ai suoi sostenitori e ha ammesso la sconfitta con toni civili e senza recriminazioni: «Il risultato delle elezioni è chiaro e doloroso, serviremo il nostro paese e l’Ungheria stando all’opposizione».

La sconfitta è stata netta e bruciante. A 62 anni Orbán ha pagato l’usura del potere e una situazione economica disastrosa. Anche i media addomesticati non sono bastati per mascherare la realtà di un paese in affanno: i prezzi elevati, la corruzione diffusa, il degrado dei servizi pubblici.

Il partito Tisza (Rispetto e libertà), guidato da Péter Magyar, stravince con il 53% dei voti e 138 seggi su 199 in Parlamento, una maggioranza dei due terzi che gli consentirebbe di modificare leggi fondamentali e anche la Costituzione. Il partito Fidesz di Orbán prende solo 55 seggi, una frana rispetto ai 133 del 2022.

«È finita, è finita, i russi a casa!», hanno esultato i sostenitori di Magyar. Lui, il vincitore, in un discorso pronunciato sulla riva del Danubio, ha detto: «Tutti gli ungheresi sentono nel profondo del cuore che questa vittoria segna il ritorno dell’Ungheria in Europa. E l’Ungheria sarà un solido alleato dell’Unione europea».

L’Ungheria è un piccolo paese (poco meno di 10 milioni di abitanti) incastrato nel cuore del continente, ma il risultato delle elezioni parlamentari del 12 aprile si riverbera al di fuori dei suoi confini. Arrivato al potere nel maggio del 2010 (ma era già stato primo ministro fra il 1998 e il 2002), Orbán era il leader più longevo d’Europa e in 16 anni di permanenza alla guida del governo ha esercitato un’influenza smisurata, rappresentando il principale elemento di rottura dell’Unione Europea (che nei suoi confronti ha aperto diverse procedure di infrazione). Pioniere del nazionalismo cristiano e strenuo oppositore del liberalismo e del multiculturalismo, Orbán è diventato punto di riferimento per esponenti della destra sovranista europea (tra loro Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Marine Le Pen, Geert Wilders) e anche per il movimento MAGA (Make America Great Again) di Donald Trump e JD Vance.

Donald Trump ha più volte espresso il proprio sostegno a Orbán, descrivendolo come un “tipo fantastico” e un “leader forte e influente”. Il vicepresidente Vance (accorso a Budapest a pochi giorni dal voto) ha lodato la “cooperazione morale” tra l’America di Trump e l’Ungheria di Orbán nella “difesa della civiltà occidentale”. Orbán è stato anche il più filorusso e filocinese dei leader del Paesi dell’Unione europea. Anche dopo l’attacco all’Ucraina del 2022, Orbán ha dimostrato in vari modi il suo sostegno a Vladimir Putin: continuando a comprare petrolio russo, ritardando e bloccando le misure dell'UE a sostegno dell’Ucraina (come il prestito da 90 miliardi di euro a Kyiv), fornendo alla Russia informazioni riservate sulle discussioni fra i leader dell’Unione Europea circa le sanzioni contro Mosca.

«Per qualsiasi questione in cui possa esservi d’aiuto, sono a vostra disposizione», aveva detto Orbán a Putin durante una conversazione telefonica tenutasi in ottobre, offrendosi di fare da “topolino” al servizio del “leone” russo, secondo una trascrizione visionata dall’agenzia Bloomberg. Il legame con Pechino è stato sancito con una “partnership strategica” e con la storica visita del presidente cinese Xi Jinping a Budapest nel 2024.

Forte di un mandato schiacciante (il partito Tisza ha ottenuto 3,3 milioni di voti, il risultato più alto mai registrato da un partito nella storia della democrazia moderna ungherese), ora Peter Magyar ha davanti a se una doppia sfida: rinsaldare il rapporto con Bruxelles e smantellare il sistema di potere messo in piedi da Orbán.

Magyar, 45 anni, ex diplomatico e avvocato, è un ex seguace di Fidesz e un ex membro fedele della cerchia ristretta di Orbán, da cui poi ha preso le distanze fondando il suo partito. Nonostante l’entusiasmo di Ursula von der Leyen (“il cuore dell’Europa batte più forte in Ungheria”), nessuno a Bruxelles si aspetta una trasformazione radicale. Magyar è comunque un uomo di destra, ha già detto che si opporrà al patto migratorio dell'Ue e a qualsiasi accelerazione della richiesta di adesione dell’Ucraina. La sua priorità immediata sarà quella di sbloccare i fondi europei per l’Ungheria congelati (17 miliardi restano bloccati per problemi legati allo stato di diritto e ai rischi di corruzione.

Sul piano interno Magyar dovrà prima di tutto smontare pezzo per pezzo la “democrazia illiberale” sbandierata per anni da Orbán. Un sistema di potere che ha posto sotto il suo potere l’amministrazione, i tribunali, i media. Come ha denunciato il Centro Europeo per la libertà di stampa e dei media, “Il partito Fidesz ha mantenuto il sistema di controllo e manipolazione dei media più sofisticato mai visto nell'Unione Europea”.

Non saranno poche le resistenze alla promessa di Magyar di ripristinare lo stato di diritto, le regole della democrazia liberale e l’economia di libero mercato. Ne sa qualcosa il primo ministro polacco Donald Tusk, che fatica non poco a smantellare le consolidate strutture messe in piedi dai governi guidati dal partito nazionalista e illiberale Diritto e Giustizia. Non a caso Magyar ha scelto Varsavia come meta del suo primo viaggio all’estero dal premier. Poi Bruxelles. Ed è un buon segno.