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Il presidente americano Donald Trump e papa Leone XIV durante la veglia di preghiera per la pace dell'11 aprile scorso nella Basilica di San Pietro
Un attacco frontale, personale e senza precedenti recenti – almeno nei toni e nello stile -nei confronti di un Pontefice. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha preso di mira papa Leone XIV con un lungo e durissimo post pubblicato sul social Truth nella notte tra domenica e lunedì. Poi ha condiviso un’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui appare con una tunica bianca, nell’atto di guarire un uomo malato, circondato da aquile, bandiere e aerei militari.
L’affondo: «Debole e pessimo»
Trump non ha usato mezzi termini: «È un debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera», ha scritto, accusando il Papa di non comprendere – o non voler affrontare – le priorità della sicurezza e della lotta al crimine.
Poi ha rincarato, entrando nel merito delle recenti parole del Pontefice, a cominciare da quelle di sabato scorso nella Basilica di San Pietro durante la veglia di preghiera per la pace: «Il Papa parla della paura nei confronti dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica ha provato durante il Covid, quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose anche all’aperto e mantenendo distanze di tre o persino sei metri. Mi piace molto di più suo fratello Louis, perché Louis è totalmente MAGA. Lui capisce, mentre Leone no!».


Il dossier internazionale: Iran, Venezuela e guerra
L’attacco si è fatto ancora più politico sul piano internazionale. Trump ha dichiarato di non volere «un Papa che ritenga accettabile che l’Iran abbia un’arma nucleare», attribuendo al Pontefice una posizione giudicata troppo morbida su Teheran.
Ha poi criticato duramente anche le prese di posizione vaticane su altri scenari geopolitici: «Non voglio un Papa che trovi terribile il fatto che l’America abbia attaccato il Venezuela», sostenendo che quelle operazioni sarebbero state necessarie per contrastare criminalità e traffico di droga.
E ha ribadito il principio di autonomia della politica rispetto al giudizio morale della Chiesa: «Non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti, poiché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto con una VITTORIA SCHIACCIANTE, ottenendo numeri record di criminalità ai minimi storici e creando il più grande mercato azionario della storia».
«Mi deve la sua elezione»
Il passaggio più clamoroso riguarda però l’elezione stessa di Leone XIV. Trump ha sostenuto che il Papa non fosse tra i favoriti e che la sua scelta sia stata influenzata dalla politica americana: «Leone dovrebbe essere riconoscente perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa scioccante. Non era in nessuna lista per diventare Papa ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e si pensava che quello fosse il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Parole che insinuano un legame diretto tra la sua presidenza e l’elezione del Pontefice, mettendo in discussione l’indipendenza del Conclave.
L’attacco personale e politico
Trump ha poi colpito anche sul piano personale, criticando le frequentazioni del Papa: «Sfortunatamente, Leone è debole sulla criminalità, debole sulle armi nucleari, e questo non mi piace affatto, né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, uno di quelli che volevano far arrestare i fedeli e il clero. Leone dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico. Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!».


La risposta dei vescovi americani
A stretto giro è arrivata la replica della Chiesa negli Stati Uniti, con parole nette da parte di Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Sono profondamente addolorato che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre».
E ha ribadito la natura del ministero petrino: «Papa Leone non è un suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».
Il Papa: «Non sono un politico, parlo del del Vangelo»
Nessuna polemica, nessuna escalation. Papa Leone XIV, sull’aereo che lo porta ad Algeri per il suo terzo viaggio apostolico, risponde alle parole di Donald Trump con fermezza e misura, riportando il confronto sul terreno che gli è proprio: quello del Vangelo e della pace: «Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui», ha affermato il Pontefice, prendendo le distanze da ogni logica di scontro personale. E ribadisce con chiarezza la sua posizione: «Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico».
Il Papa ha espresso anche preoccupazione per l’uso strumentale della fede nel dibattito pubblico: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo».
Quindi ha rilanciato il cuore della sua missione: «Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi».
E infine ha richiamato il nucleo essenziale del messaggio cristiano: «Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo».
Padre Spadaro: «L’attacco è una dichiarazione di impotenza di Trump»
L’attacco di Trump al Papa «tradisce un disagio profondo», è il commento di padre Antonio Spadaro in un post pubblicato su X, «quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump non discute Leone: lo implora di rientrare in un linguaggio che possa dominare. Ma il Papa parla un’altra lingua, che non si lascia ridurre alla grammatica della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale».
In questo senso, continua Spadaro, «l’attacco è una dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma così facendo ne riconosce implicitamente il peso. Se Leone fosse irrilevante, non meriterebbe una parola. Invece viene chiamato in causa, nominato, combattuto: segno che la sua parola incide. È qui», aggiunge il gesuita, «che emerge la forza morale della Chiesa. Non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone non risponde sul terreno della polemica, e proprio per questo resta fuori dalla presa. È libero. E quella libertà, disarmata e disarmante, è forse ciò che più inquieta. E, nello stesso tempo, ciò che più conta».








