Ancora una vittima di violenza. Tania Terrin, 39 anni, è morta sabato sera scorso soffocata per mano di Dino Keber, 43, sul suo divano a Camponogara, in provincia di Venezia. L'ex marito, poi, si è impiccato. La donna lo aveva denunciato alle forze dell'ordine sette volte. A giugno, si legge, il Questore di Venezia aveva emesso un ammonimento, una misura preventiva usata per varie fattispecie, tra cui condotte sintomatiche di violenza domestica. E quindi, non è stato sufficiente? Disponiamo di misure più efficaci?

Dopo l'ultima violenza di aprile, lei aveva mandato un messaggio ai vicini: "Se viene questa persona non apritegli", con tanto di foto per rendere chiaro di chi parlasse. Era stato in quell'occasione che si era aperta con qualche altra condomina. Aveva detto «me lo trovo spesso sotto casa», racconta oggi una vicina. Poi più niente. Ultimamente si erano visti e avevano parlato tranquillamente. Com'è possibile? La vicenda di Tania pone una serie di interrogativi.

Ma il passaggio più doloroso, per chi da anni si impegna a combattere la violenza contro le donne, sono state le parole della madre. "Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano che si facciano la valigia, che lascino tutto, la casa e il lavoro e che spariscano. Perché non c'è altro modo di proteggere una donna che denuncia il suo ex compagno che la molesta". Davvero non abbiamo strumenti?

Arianna Gentili - responsabile del CAV Appia Regilla, il centro antiviolenza gestito dalla Rete Nazionale Differenza Donna per la Fondazione Giulia Cecchettin

Ci aiuta a capire Arianna Gentili, responsabile del CAV Appia Regilla centro antiviolenza gestito dalla Rete Nazionale Differenza Donna per la Fondazione Giulia Cecchettin. «Dalle diverse fonti di stampa emergono informazioni un po' confuse. Non è chiaro perché, a seguito delle denunce sporte dalla signora e nonostante un’ultima aggressione avvenuta nel mese di aprile per la quale deve ricorrere alle cure del pronto soccorso, sia stato emesso solo un ammonimento invece di una misura cautelare. Dalle informazioni che abbiamo, nell'attesa di avere maggiori chiarimenti, quello che ci sembra sia mancato è l'attivazione tempestiva di una rete a sostegno della vittima, con la presa in carico di un centro antiviolenza».

Centri che sono fondamentali per aiutare le vittime «a comprendere i meccanismi su cui poggia la violenza maschile contro le donne. Le vittime, quando si sentono sole e non sostenute, pensano di non essere state credute. Inoltre, in situazioni come questa, quando l'autore minaccia di farsi del male, produce un senso di colpa nella vittima. Il centro antiviolenza diventa necessario per aiutarle a comprendere che questo altro non è che un ennesimo comportamento violento e ricattatorio. Le donne devono sapere che gli strumenti per uscire da queste situazioni terribili ci sono, che chiedere aiuto è necessario e che i centri le accompagneranno nella gestione della situazione di confusione e rischio».