«Questo movimento di protesta è qualcosa di nuovo per l’Iran. È una rivolta scaturita dalla situazione di profonda crisi economica ed è partita dai “bazaari”, i piccoli commercianti, i negozianti del bazar - il mercato di Teheran, il cuore dell’economia iraniana -, ovvero coloro che erano sostenitori del regime degli ayatollah. Nessuno si aspettava che la protesta cominciasse proprio dal bazar, dai lavoratori che tradizionalmente appoggiavano il sistema del regime islamico, con la chiusura degli esercizi commerciali. E poi la protesta si è estesa gradualmente a tutta la società. Da Teheran questo movimento si è propagato nel resto del Paese, nelle altre città e si è evoluto in una forte, decisa richiesta di rovescio del regime».

A parlare è Zahra Toufigh, 50 anni appena compiuti, giurista iraniana, arrivata da Teheran a Roma per motivi di studio nel 2005. Attivista per i diritti umani e i diritti delle donne, in Italia lavora come orientatrice legale nei centri di accoglienza per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale ed è stata tra le fondatrici dell’associazione “Donne libere iraniane”.

Zahra Toufigh, giurista e attivista iraniana, dal 2005 residente in Italia
Zahra Toufigh, giurista e attivista iraniana, dal 2005 residente in Italia

Zahra Toufigh, giurista e attivista iraniana, dal 2005 residente in Italia

«Questa volta il popolo iraniano non chiede riforme, un cambiamento all’interno del sistema, ma la caduta del sistema stesso. Per questo è un momento del tutto inedito, diverso da quelli precedenti». Molto differente – spiega Toufigh - anche dalla cosiddetta Onda verde, il movimento di protesta nato nel 2009, a seguito delle elezioni presidenziali che vide due candidati riformisti opporsi al presidente Mahmud Ahmadinejad, in carica dal 2005, considerato espressione della linea reazionaria. «In quella fase a scendere in piazza furono i sostenitori dei candidati che volevano portare riforme, non si chiedeva il rovescio del regime. Oggi le cose sono cambiate, la società iraniana è maturata molto rispetto al passato».

In questi giorni ha tenuto il mondo con il fiato sospeso il possibile imminente intervento militare statunitense al fianco di chi sta attuando la rivoluzione, minacciato più volte da Donald Trump, che ha parlato di azioni forti se il regime di Teheran esegue condanne a morte dei manifestanti. Dal canto loro le autorità iraniane hanno minacciato ritorsioni contro le forze Usa nella regione in caso di attacco. Ora, sembra che Trump abbia frenato almeno per il momento sul possibile intervento, dopo aver ricevuto informazioni che il regime avrebbe fermato il massacro e non avrebbe attuato un piano di esecuzioni. «Mi dispiace dirlo, ma per me la speranza di Trump e degli Stati Uniti di salvare l’Iran è falsa», commenta Toufigh.

«Arrivare alla democrazia subendo un attacco militare dall’esterno, da altri Paesi, non credo che sia il desiderio del popolo iraniano o della maggior parte di esso. È chiaro che gli iraniani chiedono di non essere abbandonati. Al suo interno la società iraniana è molto variegata, parliamo di uno Stato di 90 milioni di cittadini, con il 70% della popolazione con meno di 35 anni. Il movimento è vasto, con molte anime, le richieste dunque sono molto diverse. L’ultima opzione che resta per molti è un intervento militare, ma penso che per buona parte della popolazione questa non sia la soluzione. Se guardiamo alla storia, con quale attacco militare è stata portata la democrazia in un Paese del mondo? Quali esempi abbiamo? L’Afghanistan? L’Iraq? La Siria? Possiamo dire che in questi Paesi l’intervento esterno sia stato risolutivo? Come iraniana residente all’estero, io non vorrei un attacco militare al mio Paese di origine. Ma quanta forza può avere la mia voce? Per questo dobbiamo dare voce agli iraniani».

Un manifestante iraniano a Londra protesta a sostegno dei suoi connazionali
Un manifestante iraniano a Londra protesta a sostegno dei suoi connazionali

Un manifestante iraniano a Londra protesta a sostegno dei suoi connazionali

(REUTERS)

La giurista aggiunge: «Dobbiamo capire che il popolo iraniano, arrivato a questo punto, vuole decidere per conto suo. Sappiamo bene che l’Iran strategicamente è sempre stato terra di contese fra altri Stati. Adesso è il terreno del conflitto fra Stati Uniti, Cina e Russia. Se gli Usa dovessero attaccare l’Iran non sarebbe per salvare il popolo e la cultura persiana, ma per difendere i loro interessi contro Mosca e Pechino. E se oggi tanti iraniani chiedono l’intervento esterno, io interpreto questa richiesta non come reale espressione della volontà della società, ma come un appello dettato dalla disperazione del popolo, che in questo momento non vede davanti a sé nessun’altra strada». Come immagina lei il futuro dell’Iran, in un eventuale – e sperato – post-regime degli ayatollah? «Io vorrei che ci fosse una transizione guidata e supervisionata dalle Nazioni unite e subito un referendum con il quale il popolo deciderà quale forma istituzionale dare al nuovo Iran».