C’è un’immagine che il regime di Teheran affida ossessivamente alle telecamere della televisione di Stato: una marea umana, compatta, che si snoda lungo le vie della capitale per i funerali solenni di Ali Khamenei. È la liturgia del potere che si fa spettacolo, il tentativo di mettere in scena l'unanimismo di una nazione ferita ma fedele.

Ma dietro i volti solcati dal pianto dei pasdaran e i cori precettati dai megafoni, la realtà dell’Iran racconta un’altra storia. È la storia di una normalità imposta con la forza, una stabilità apparente che poggia sul cemento armato della repressione.

Nelle ultime settimane, Teheran ha vissuto i giorni più drammatici della sua storia recente. L’attacco mirato degli Stati Uniti, che ha decapitato il vertice della Guida Suprema provocando un terremoto geopolitico senza precedenti, aveva lasciato intravedere le crepe di un sistema che si credeva inscalfibile.

Nei quartieri settentrionali della capitale, i sussurri di speranza si erano mescolati al panico; nelle cancellerie occidentali si profilava l’ombra di una transizione caotica. Ma il vuoto di potere, in una teocrazia militare, dura lo spazio di un mattino. Il regime ha reagito attivando immediatamente i suoi due anticorpi storici: la propaganda di massa e il terrore di Stato.

Le fonti sul campo, intercettate dalle agenzie internazionali come Reuters e BBC, descrivono una macchina scenografica imponente per le esequie. Pullmann arrivati da ogni provincia profonda del Paese, dipendenti pubblici obbligati a timbrare il cartellino della presenza nelle piazze del lutto, razioni di cibo distribuite alla popolazione più povera in cambio di un’ora di devozione davanti alle telecamere. Per la teocrazia, il funerale non è solo un rito di commiato, ma un plebiscito visivo: serve a dimostrare al mondo, e soprattutto ai dissidenti interni, che il corpo della nazione è ancora unito attorno alla bandiera della Repubblica Islamica.

Eppure, basta spegnere i riflettori della piazza ufficiale per incontrare il vero volto del "ritorno alla normalità". Nelle stesse ore in cui i canti funebri risuonavano a Teheran, la macchina giudiziaria e poliziesca stringeva le maglie attorno alla società civile. Attivisti, giornalisti indipendenti e persino semplici cittadini che sui social media avevano osato esprimere sollievo, o anche solo scetticismo, per la fine dell'era Khamenei, sono spariti nel nulla. Arresti preventivi, pattugliamenti asfissianti della polizia morale, blackout mirati della rete internet per impedire che il dissenso trovasse una piazza virtuale.

Secondo i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, le prigioni di Evin e di altre località del Paese si stanno riempiendo di una nuova generazione di prigionieri politici, colpevoli di non aver pianto. È la normalizzazione della paura. Il messaggio della leadership transitoria è chiaro: la flessibilità non è contemplata. La transizione verso i nuovi equilibri del potere clericale deve avvenire in un laboratorio asettico, privo di contaminazioni democratiche.

Ma questa normalità è un castello di carte. Fonti diplomatiche concordano sul fatto che l'attacco americano non è arrivato nel vuoto, ma ha colpito un organismo già profondamente indebolito. Prima del raid, l’Iran era un Paese stremato da un'inflazione galoppante, dalla svalutazione della rial e dal ricordo ancora vivo e sanguinante delle proteste per "Donna, Vita, Libertà". La rabbia sociale, repressa col sangue negli anni scorsi, non è svanita: è stata solo ricacciata sotto il tappeto dall'emergenza geopolitica. Il cittadino iraniano medio si trova oggi schiacciato tra due incubi: la minaccia di una guerra totale con l'Occidente e la certezza della miseria economica e della privazione della libertà in patria.

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In Iran cinquant’anni di guerra contro le donne

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L’Iran che si affaccia sul dopo-Khamenei somiglia così a un teatro di specchi. Da un lato la maestosità barocca e funebre del potere, dall'altro la quotidianità ferita di un popolo che non crede più alle promesse del paradiso teocratico, ma che non ha le armi per sfidare i fucili dei Guardiani della Rivoluzione.

La stabilità sbandierata dai media di Stato non è pace, è solo l'assenza di rumore. E in Medio Oriente, spesso, il silenzio più profondo è quello che precede la tempesta.