PHOTO
Quando il 28 dicembre 2025 le saracinesche del Gran Bazar di Teheran hanno iniziato a chiudersi una dopo l'altra, producendo quel rumore metallico che in Iran risuona come un tuono politico, pochi avrebbero immaginato che si stava per consumare uno dei massacri più gravi nella storia della Repubblica Islamica. A distanza di quasi tre settimane, l'Iran è nel buio più totale: internet spento, telefoni muti, e un bilancio di vittime che oscilla tra le centinaia certificate dalle ONG internazionali e le migliaia denunciate da fonti interne al regime.
Il Gran Bazar si ribella: quando l'economia diventa rivoluzione
La scintilla è partita dal cuore economico dell'Iran, quel labirinto di botteghe e commerci che dal 1979 è stato uno dei pilastri del potere degli ayatollah. I bazaari – i commercianti che furono decisivi nell'instaurazione della teocrazia – hanno detto basta. La ragione è semplice quanto devastante: il rial iraniano è carta straccia.
La moneta nazionale ha toccato 1,42 milioni di rial per un dollaro sul mercato libero, perdendo il 40% del suo valore negli ultimi sette mesi. Per i negozianti significa l'impossibilità di fissare prezzi, per i cittadini vuol dire che l'olio da cucina e le uova cambiano costo nell'arco di poche ore. L'inflazione ha raggiunto il 42,2% a dicembre 2025, con i generi alimentari schizzati al 72% annuo e il pane aumentato del 113%.


«Mi dicono di alzare gli stipendi, ma mi dovrebbero dire dove trovare i soldi», ha ammesso il presidente Masoud Pezeshkian in Parlamento, confessando l'impotenza del regime di fronte al tracollo. La guerra dei dodici giorni con Israele dello scorso giugno, seguita dal bombardamento americano dei siti nucleari iraniani, ha fatto il resto: le sanzioni internazionali sono state immediatamente ripristinate, strangolando definitivamente un'economia già in ginocchio.
"Donna, Vita, Libertà": lo slogan che non muore
Ma se le proteste sono partite dai mercati, rapidamente si sono trasformate in qualcosa di molto più grande. Lo slogan "Zan, Zendegi, Azadi" – Donna, Vita, Libertà – nato nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, è tornato a risuonare nelle piazze di oltre 187 città in 31 province iraniane.
Le donne iraniane, che da mesi sfidano il regime togliendo il velo obbligatorio, sono ancora una volta in prima linea. Perché sanno che se cade il velo, cade il regime. Le loro battaglie per i diritti civili si intrecciano ora con la rivolta economica dei commercianti, con gli scioperi degli operai del settore energetico a Bandar Abbas, con la protesta degli studenti universitari. È una mobilitazione trasversale che coinvolge tutte le classi sociali, dalle minoranze etniche curde e luri dell'ovest ai giovani di Teheran, dalla borghesia impoverita agli operai.


Il massacro sotto il blackout: almeno 648 morti, forse 12.000
I numeri sono spaventosi e controversi. Iran Human Rights con sede in Norvegia parla di almeno 51 manifestanti uccisi nei primi tredici giorni, inclusi nove minorenni. L'organizzazione Hrana ha documentato più di 538 morti, mentre altre fonti riferiscono di 650 persone uccise accertate. Ma la verità potrebbe essere molto più terribile.
Iran International, citando fonti interne al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale e all'ufficio presidenziale, riporta che almeno 12.000 persone sarebbero state uccise, la maggior parte tra l'8 e il 9 gennaio durante il blackout totale di internet. Le vittime, secondo testimoni oculari, sono principalmente giovani sotto i 30 anni.
I metodi utilizzati dalle Guardie Rivoluzionarie e dai Basij sono brutali. Amnesty International e Human Rights Watch documentano l'uso di fucili da caccia caricati con pallini metallici, sparati "all'altezza degli occhi" per accecare i manifestanti. Le forze di sicurezza sparano direttamente alla testa per far sì che le persone colpite non possano più vedere.
Ancora più agghiacciante è ciò che accade dopo. Secondo Iran International, i pasdaran hanno fatto irruzione nelle case dei familiari delle vittime, sparando, insultando e saccheggiando. Le Guardie Rivoluzionarie hanno ordinato alle famiglie di raccogliere i corpi prima dell'alba e di procedere a sepolture rapide e private, addebitando perfino le spese per l'uso delle munizioni.


Dall'8 gennaio 2026, le autorità iraniane hanno imposto un blackout quasi totale di internet a partire dalle 20:30 ora locale. NetBlocks, che monitora la libertà di rete nel mondo, conferma che il blocco prosegue da oltre una settimana con pochissimi dati scambiati verso l'esterno.
Ma la notizia più inquietante è arrivata nelle ultime ore: IranWire riferisce che la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato che l'accesso ai servizi online internazionali non sarà ripristinato prima di Nowruz, il Capodanno iraniano che cade intorno al 20 marzo. Significherebbe oltre due mesi di isolamento digitale totale.
NetBlocks ha definito questo blackout senza precedenti: nel 2019 il blocco durò sei giorni, durante i quali furono uccise centinaia di manifestanti; il blackout attuale lo ha già superato. Il regime ha creato quella che viene chiamata "Rete nazionale di informazione", una sorta di internet iraniana separata dal resto del mondo, progettata per funzionare anche senza collegamenti esterni.
Poche immagini riescono a uscire grazie ai terminali Starlink, introdotti illegalmente nel paese via mare da Dubai o attraverso il confine con il Kurdistan iracheno. Le autorità hanno avviato una caccia agli utenti di Starlink, confiscando le parabole soprattutto nell'Iran occidentale. Chi viene scoperto rischia l'accusa di spionaggio.
Trump tra minacce e diplomazia: l'opzione militare è sul tavolo
Sullo sfondo di questa tragedia si staglia l'ombra di Donald Trump e dell'intervento militare americano. Il presidente degli Stati Uniti ha alternato nelle ultime settimane minacce di attacchi e aperture diplomatiche, in un equilibrio instabile che tiene il Medio Oriente con il fiato sospeso.
Secondo il Wall Street Journal, nella riunione del 13 gennaio alla Casa Bianca sono state valutate diverse opzioni: attacchi militari diretti, operazioni cibernetiche contro siti militari e civili iraniani, nuove sanzioni e invio di terminali Starlink. Tra gli obiettivi militari ci sono strutture legate ai servizi di sicurezza iraniani e centri di comando dei pasdaran come Thar-Allah a Teheran.
Trump ha scritto su Truth Social: "Patrioti iraniani, CONTINUATE A PROTESTARE E PRENDETE IL CONTROLLO DELLE VOSTRE ISTITUZIONI! L'AIUTO È IN ARRIVO". Washington ha ordinato l'evacuazione precauzionale di parte del personale dalla base di Al Udeid in Qatar, principale installazione militare americana nella regione con 10.000 soldati.
Tuttavia, mercoledì sera Trump ha annunciato che "le uccisioni in Iran si stanno fermando" e che il regime avrebbe bloccato 800 esecuzioni programmate. I consiglieri hanno suggerito che un attacco su larga scala difficilmente porterebbe alla caduta del regime e potrebbe innescare un conflitto più ampio. Anche Israele e i paesi arabi del Golfo, preoccupati per le conseguenze regionali, hanno chiesto a Trump di non procedere immediatamente.
Il contratto sociale è rotto: cosa può succedere ora
Ciò che rende questa crisi diversa dalle precedenti è la rottura del patto sociale che per 47 anni ha tenuto insieme la Repubblica Islamica. I bazaari, pilastro storico del regime, si sono rivoltati. Le donne hanno smesso di avere paura. I giovani non vedono futuro. E il presidente riformista Pezeshkian ammette pubblicamente di non avere soluzioni.
Secondo Human Rights Activists News Agency, al 13 gennaio erano 2.403 le persone uccise, 12 delle quali sotto i 18 anni, e 1.134 quelle gravemente ferite. Gli arrestati sarebbero 18.434, con almeno 97 casi di confessioni forzate trasmesse sulla tv nazionale. L'ayatollah Ali Khamenei ha definito i manifestanti "nemici di Dio", mentre il procuratore generale ha dichiarato che "chiunque protesta è un nemico di Dio". È la risposta di un regime che non ha più argomenti, solo proiettili.
Il processo di scollamento tra il regime e la popolazione sembra arrivato a un punto di non ritorno. L'Iran del 2026 non è più quello del 1979, quando la rivoluzione prometteva libertà e giustizia sociale. È un paese strangolato dalle sanzioni, impoverito da una classe dirigente corrotta che ha sperperato risorse per finanziare Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Assad in Siria, gli Houthi in Yemen e Maduro in Venezuela, mentre i propri cittadini non possono comprare il pane.
Nelle piazze iraniane, tra il fumo dei lacrimogeni e il sangue sull'asfalto, si sta scrivendo un capitolo decisivo della storia contemporanea. Mentre il mondo assiste diviso tra retorica e inazione, il popolo iraniano continua a rischiare tutto per quella parola che il regime teme più di ogni altra: libertà.













