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Molti osservatori parlano ormai apertamente di «pulizia etnica a bassa intensità». Una crescente ostilità, in particolare a Gerusalemme Est e in Cisgiordania che spinge sempre più cristiani a lasciare le proprie terre. Molestie e atti di violenza a opera di coloni ed estremisti che sono ormai quotidiani. Nella Città Vecchia non è raro ormai ricevere sputi e persino frati e suore non vengono risparmiati da insulti verbali e spintoni. Aumentano anche atti di vandalismo e profanazione di chiese, monasteri e cimiteri.
L’ultimo rapporto 2025 del Rossing Center for Education and Dialogue l'organizzazione interreligiosa con sede a Gerusalemme, fondata nel 2006, che promuove una società inclusiva e la convivenza in Israele tra ebrei, cristiani e musulmani, israeliani e palestinesi e che opera attraverso educazione, incontri, ricerca e advocacy per combattere i pregiudizi, fotografa una situazione in lento ma deciso peggioramento.
In particolare il rapporto denuncia 155 incidenti documentati nel 2025 (erano 111 nel 2024). Le aggressioni fisiche sono rimaste la categoria più diffusa, con 61 casi registrati, seguite a ruota dagli attacchi alle proprietà della chiesa (52 casi). I restanti incidenti consistevano in molestie (28 casi) e deturpazione di cartelli pubblici con contenuti cristiani (14 casi). «Queste cifre rappresentano solo la "punta dell'iceberg"», si legge nel Rapporto, e «riflettono un modello persistente e preoccupante in cui sia la violenza manifesta che le umiliazioni quotidiane si accumulano in un fenomeno più ampio».
Ne deriva un progressivo spopolamento delle aree dove vivono i cristiani. Sebbene questi atti siano meno visibili delle operazioni militari su vasta scala, stanno diventando un processo sistemico volto, coscientemente o meno, a cambiare la demografia di alcune aree, in particolare a Gerusalemme Est, rendendo la vita quotidiana insostenibile per i residenti cristiani palestinesi.
Le discriminazioni e l’intolleranza, nonostante le parole di principio del premier Netanyahu (che, dopo che un soldato israeliano aveva preso a martellate la testa di un crocifisso nel villaggio cattolico maronita di Debel, in Libano, aveva subito dichiarato che Israele è un posto sicuro per i cristiani), in realtà aumentano e la situazione sembra complessa.
La principale ostilità arriva da una corrente specifica del Sionismo Religioso radicale, il Kahanismo. Questa corrente individua il cristianesimo come nemico storico, culminato nella Shoah, e immagina una Gerusalemme abitata solo da ebrei. Il principale esponente di questa corrente (il cui fondatore era stato bandito da Israele da Rabin poco prima della sua uccisione) è il ministro Itamar Ben-Gvir. Secondo Gvir lo Stato deve essere guidato dai principi della legge religiosa ebraica.
Le posizioni del Kahanismo si intersecano con quelle del sionismo religioso tout court spostatosi su posizioni sempre più radicali a partire dal 2005 con la ritirata di Israele da Gaza. Una parte dell’estrema destra rifiuta l'autorità dello Stato democratico e giustifica la violenza per perseguire il proprio disegno messianico. Disegno che è considerato superiore alla legge civile e che persegue il controllo ebraico su tutta la “Terra promessa”.
Il governo Netanyahu si giova dell’appoggio di queste frange estreme e, anzi, le include nell’esecutivo. E dunque, non solo permette atti di discriminazione contro i cristiani, ma crea un clima di impunità per chi li perpetra.


Nelle stesse ore in cui al cardinale Pierbattista Pizzaballa veniva impedito di entrare al Santo Sepolcro, per esempio, un gruppo di ebrei estremisti profanava, portando con se anche alcuni animali, luoghi religiosi cristiani e musulmani all’interno della città vecchia di Gerusalemme senza essere fermati e anzi, vantandosi delle azioni attraverso i social.
Ma non ci sono solo gli atti di violenza e umiliazione.
Il Governo di Netanyahu ha dato legittimità politica a una visione (quella dei partiti di estrema destra come Otzma Yehudit e del Partito Sionista Religioso), che considera i cristiani, come i musulmani, un ostacolo da rimuovere.
Inoltre si stanno attuando politiche discriminatorie precise per erodere la presenza cristiana. Innanzitutto con il sistema dei permessi con restrizioni durissime che limitano drasticamente l'accesso ai luoghi santi e la vita quotidiana dei cristiani palestinesi. In secondo luogo con la pressione economica tentando di confiscare terre ecclesiastiche e di imporre tasse punitive alle istituzioni religiose.
Infine, mentre, come si diceva, il Governo si presenta all’estero come «protettore dei cristiani», all’interno tace di fronte alle violenze. Anzi, le dichiarazioni del premier che paragona Gesù a Gengis Khan sancendo la superiorità di quest’ultimo, sono lette dalla popolazione come una legittimazione dell'aggressività.
Legittimando e favorendo la discriminazione, inoltre il governo Netanyahu rimuove uno dei maggiori ostacoli alla sua narrazione della costruzione di una grande potenza occidentale contro il pericolo dell’Islam. Se, infatti, i palestinesi sono anche cristiani la giustificazione della “sua” guerra come una necessità contro il «pericolo islamico» non regge. Caduta la maschera resta evidente che si tratta, in realtà, di una guerra di occupazione. Che vorrebbe spazzare via chiunque si ponga sul cammino. Cristiani inclusi.








