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C'è una sedia, dentro un palazzo di viale Mazzini, che da domani porterà il peso di una storia che non è più solo sua. Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. Lo ha deciso la Rai, con una nota asciutta diffusa nel pomeriggio di giovedì, e lo ha saputo, dice lui stesso, "dall'Ansa", come si apprende la notizia di un altro, non la fine della propria stagione più lunga.
Diciannove anni di lavoro dentro quella redazione, di cui nove alla guida del programma di inchiesta più temuto della televisione pubblica italiana, si chiudono così: con un comunicato aziendale e un post su Facebook scritto di getto, nella lingua di chi si sente processato prima ancora di essere giudicato. Al suo posto arriveranno Giulia Presutti, che a Report ci lavora già da anni come inviata, e Daniele Piervincenzi, giornalista d'inchiesta arrivato da altre trasmissioni, mai stato a Report ma segnato da un episodio che la cronaca ricorda bene: l'aggressione subita a Ostia nel 2017 per mano di un esponente della famiglia Spada.
La Rai parla di "nuova fase", di "merito e competenza", di un servizio pubblico che investe "su nuove professionalità interne". Ranucci, che di quel programma è stato insieme autore e simbolo, parla invece di persone scelte per "mortificare" trent'anni di storia.
Tra le due versioni c'è tutto lo spazio di un conflitto che dura da mesi e che l'attentato dello scorso ottobre, quello con l'auto fatta esplodere sotto casa sua a Campo Ascolano, avrebbe dovuto in teoria chiudere in una solidarietà unanime, e che invece ha finito per allargare. Perché a complicare la vicenda non sono state soltanto le pressioni della maggioranza di governo, che da mesi chiedeva la testa di un conduttore giudicato "fazioso": è stata soprattutto l'inchiesta sull'attentato stesso a restituire, mese dopo mese, il ritratto meno rassicurante di un'amicizia.


Quella tra Ranucci e Valter Lavitola, l'uomo che ha confessato di aver organizzato l'attacco e che per un ventennio è stato tra i protagonisti più controversi, e più indagati, della politica italiana. Le intercettazioni pubblicate nelle scorse settimane raccontano di documenti interni Rai condivisi con lui, di sfoghi contro l'azienda affidati a un confidente che si è rivelato tutt'altro che innocuo. Ranucci non è indagato, la procura di Roma lo considera parte lesa, ritiene che sia stato manipolato per essere spinto verso la politica. Ma la disinvoltura di quel rapporto, insieme alle polemiche sollevate da un suo libro di due anni fa in cui raccontava relazioni sentimentali intrecciate a storie di lavoro, ha eroso in queste settimane l'immagine di irreprensibilità che Ranucci si era costruito in vent'anni di inchieste.
È in questo terreno accidentato che matura la scelta della Rai, ufficialmente motivata con ragioni di "professionalità" mai realmente spiegate. All'ex conduttore, oggi vicedirettore ad personam, sono state offerte tre strade: un incarico a RaiNews, uno al Tg3, oppure la corrispondenza dal Cairo. Tre uscite di sicurezza che assomigliano, più che a una promozione, a un modo elegante per allontanarlo dallo studio dove per nove anni ha raccontato appalti, sanità, mafie e politica. Lui le ha respinte con parole che non lasciano spazio all'ambiguità: "Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa". Scrive che lo farà "per i miei figli e per i vostri", che si rifiuta di "lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti".


Sono frasi che pesano come una sentenza, pronunciate da chi si sente vittima due volte: della bomba di ottobre, prima, e ora di un allontanamento che racconta come un atto politico camuffato da riorganizzazione aziendale.
Non tutti, dentro Report, condividono questa lettura in blocco, ma quasi tutti condividono l'indignazione per il metodo. Gli inviati storici del programma, quelli che hanno costruito insieme a Ranucci le inchieste degli ultimi anni, hanno diffuso una nota durissima: parlano di scelta "completamente irricevibile", non tanto per l'allontanamento del conduttore quanto per il profilo dei sostituti, giudicati "non rappresentativi della storia e dei valori di Report". Accusano l'azienda di non averli mai interpellati, di avergli fatto scoprire tutto dalle agenzie di stampa, come estranei alla propria stessa redazione. E minacciano di andarsene in blocco se la Rai non tornerà sui propri passi: una prospettiva che, se si realizzasse, lascerebbe Presutti e Piervincenzi a ricostruire da zero una squadra, proprio mentre sono chiamati a raccoglierne l'eredità più pesante.
Attorno a questa storia interna alla televisione pubblica si è già saldata, prevedibilmente, la solita geografia di trincee. Il ministro dei trasporti Matteo Salvini ha commentato con un secco "giusto così", da tempo tra i più critici del conduttore. Le opposizioni parlano di "golpe" e rispolverano il ricordo dell'editto bulgaro, l'atto con cui trent'anni fa un altro governo di destra impose l'allontanamento di alcuni volti scomodi dalla Rai. Sono letture opposte e speculari, ciascuna funzionale a una narrazione già scritta: da una parte l'ennesima prova che il servizio pubblico risponde alla politica più che ai cittadini, dall'altra la fine giustificata di una gestione che aveva smesso di essere solo giornalistica per diventare anche personale, fatta di libri, di apparizioni, di un uso disinvolto della propria immagine di uomo sotto attacco.


La verità, probabilmente, non sta tutta da una parte. È vero che la Rai è un'azienda in cui la politica pesa in modo sproporzionato rispetto a qualsiasi altro servizio pubblico europeo, e che la rimozione di un conduttore scomodo, in un paese dove il parlamento nomina i vertici dell'emittente, non può mai essere raccontata come una vicenda meramente amministrativa. Ma è vero anche che il giornalismo, per pretendere fiducia, deve poter reggere lo sguardo che rivolge agli altri: e le domande sollevate dall'amicizia con Lavitola, dalla gestione disinvolta di fonti diventate anche altro, non sono un dettaglio che si può liquidare come fango o complotto. Ranucci ha ragione a temere che dietro la sua uscita ci sia un disegno politico. Ha meno ragione quando trasforma ogni obiezione, anche quella più fondata, in un attacco alla libertà di stampa tout court, schiacciando così, sotto il peso della propria vicenda personale, la complessità di un dibattito che meriterebbe distinzioni più fini.
Quello che resta, in mezzo a queste due ragioni parziali, è un programma che dall'8 novembre andrà comunque in onda, con due conduttori che non hanno colpe personali in questa storia e che si troveranno addosso, fin dalla prima puntata, l'ombra lunga di chi li ha preceduti. E resta un giornalista che sceglie di trasformare la propria uscita di scena in una missione, promettendo battaglie "per i figli", mentre da questa sera si esibisce nei teatri con uno spettacolo, Diario di un trapezista. Un trapezista, appunto: un uomo che ha sempre lavorato senza rete, e che oggi si ritrova a raccontare la propria caduta come se fosse ancora un numero di equilibrismo, davanti a un pubblico che, sulla vicenda Rai, resta diviso tra chi vede un martire e chi vede solo la fine, tardiva, di un'anomalia.













