Antonio Tajani dice una cosa ineccepibile, di quelle che a Bruxelles piacciono molto perché hanno il pregio di essere giuste e il difetto di non produrre niente. Le sanzioni contro i prodotti delle colonie israeliane, sostiene il ministro degli Esteri, dovrebbero essere decise dall’Unione europea: «Altrimenti si rischia di distorcere il mercato interno». E aggiunge, riferendosi all’iniziativa britannica: «Gli inglesi non fanno parte dell’Unione Europea». Tutto vero. Il problema è che, aspettando l’Europa, spesso non succede nulla.

Così Francia, Regno Unito, Canada, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia hanno deciso di andare avanti da soli, annunciando restrizioni nazionali al commercio con gli insediamenti israeliani illegali secondo il diritto internazionale o il sostegno a misure europee analoghe. L’Italia non c’è.

È la solita Europa: ventisette governi, una politica estera comune proclamata nei trattati e ventisette politiche estere quando arriva il momento di decidere.

Naturalmente le condanne ci sono state. A Bruxelles non mancano mai. Abbiamo avuto dichiarazioni, comunicati, richiami al diritto internazionale, appelli alla moderazione, moniti, «forti preoccupazioni», «gravi preoccupazioni» e probabilmente tutte le gradazioni semantiche comprese tra il disappunto e lo sdegno. È una delle industrie più efficienti dell’Unione.

Mancano più spesso le conseguenze.

È successo con Gaza e continua a succedere con la Cisgiordania. Di fronte alle dimensioni della distruzione, alle decine di migliaia di vittime palestinesi, alle accuse gravissime rivolte alla condotta israeliana e alla catastrofe umanitaria, l’Europa ha protestato, chiesto, ammonito. Ma quando dalle parole si passa alle misure economiche e diplomatiche, comincia il gioco dei veti, delle maggioranze, delle competenze, delle sensibilità nazionali.

Non si tratta di negare ciò che accadde il 7 ottobre 2023, il massacro compiuto da Hamas, gli ostaggi, il diritto di Israele a difendersi. Si tratta di ricordare una banalità che l’Occidente ha predicato per settant’anni: anche il diritto alla difesa ha dei limiti, e quei limiti si chiamano diritto internazionale. Altrimenti non è diritto. È forza.

In Cisgiordania il problema è ancora più evidente, perché qui non c’è nemmeno l’alibi della guerra contro Hamas. Ci sono gli insediamenti, l’occupazione, gli espropri, le violenze dei coloni, una politica che pezzo dopo pezzo modifica il territorio e rende sempre più teorica la nascita di uno Stato palestinese.

L’Europa parla, Israele procede.

Il ministro israeliano Bezalel Smotrich non nasconde neppure l’obiettivo politico della colonizzazione: impedire la nascita di uno Stato palestinese. Non siamo dunque davanti a qualche gruppo di fanatici che sfugge al controllo del governo. Il movimento dei coloni è diventato parte del potere israeliano, ha ministri, denaro pubblico, capacità di condizionamento.

E l’Europa che cosa fa? Discute se per fermare il commercio con gli insediamenti serva l’unanimità oppure la maggioranza qualificata. A luglio i ministri degli Esteri europei avevano già esaminato tre possibilità: licenze alle importazioni, dazi punitivi oppure un vero divieto commerciale. Nessuna ha trovato il consenso necessario. Francia e Spagna premevano per intervenire; Italia e Germania erano tra i Paesi più prudenti. Risultato: stallo.

È un meccanismo perfetto per non decidere. Tajani ha ragione quando dice che una misura europea avrebbe più senso di dodici misure nazionali. Ma proprio qui sta il paradosso. Se l’Europa comune diventa il luogo dove una decisione giusta viene rinviata fino a quando non è più possibile prenderla, allora invocare l’Europa rischia di diventare il modo più elegante per non fare niente.

Gli altri intanto fanno da soli. Ed è curioso che la stessa Europa capace di trovare sanzioni vastissime contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina diventi improvvisamente esitante quando deve usare gli strumenti economici contro un governo alleato.

Si può discutere dell’efficacia delle sanzioni. Si può sostenere che siano inutili o persino controproducenti. Ma non si può sostenere contemporaneamente che sono uno strumento indispensabile quando l’avversario è Mosca e una grossolana ingiustizia quando il destinatario è Israele.

Questo si chiama doppio standard.

E i doppi standard sono sempre stati il modo migliore per distruggere una politica estera fondata sui principi.