Gerusalemme, in queste settimane di settembre, si guarda dentro come non le capitava da tempo. Non per un'iniziativa diplomatica, non per un summit blindato dietro le transenne: ma per un gesto quasi silenzioso, compiuto oggi tra le pietre della Città Vecchia, che prova a rimettere in circolo qualcosa che sembrava perduto.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha aperto ufficialmente "Within Your Gates" - "Nelle tue porte" - un forum permanente nato dalla collaborazione tra il Patriarcato e il centro accademico della University of Notre Dame a Gerusalemme. Non un vertice, non una road map, non l'ennesimo piano di pace destinato a impolverarsi in un cassetto. Piuttosto un cantiere di pensiero, aperto a chi Gerusalemme la abita e a chi, ovunque nel mondo, sente che quella città gli appartiene comunque.

La devastazione nella Striscia di Gaza
La devastazione nella Striscia di Gaza

C'è una data che pesa su ogni riga di questa storia, ed è il 7 ottobre 2023. Da lì è partita una spirale di violenza e di guerra a Gaza che ha lasciato una ferita difficile da rimarginare, e non solo sui corpi e sulle case.

Pizzaballa lo aveva scritto già in aprile, nella sua lettera pastorale "Tornarono a Gerusalemme con grande gioia": da quella frattura non si esce senza tornare a interrogarsi su cosa significhi, davvero, il "sogno di Dio" su questa città. Ed è significativo che il nuovo forum nasca proprio adesso, mentre Israele e Palestina vivono ore di attesa spasmodica per elezioni che difficilmente disegneranno orizzonti diversi da quelli già visti. Come se il patriarca avesse scelto di scavare un solco parallelo a quello della politica: non in alternativa, ma altrove, su un terreno che la diplomazia raramente frequenta - quello delle parole con cui pensiamo Gerusalemme, prima ancora delle soluzioni che le proponiamo.

Il nome scelto per il forum non è un dettaglio decorativo. Rimanda al Salmo 121, uno dei Cantici delle ascensioni che i pellegrini intonavano salendo verso il Tempio: "i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme". Ed è proprio quel fermarsi sulla soglia, prima di ogni ingresso e di ogni pretesa di possesso, il cuore dell'operazione.

"Queste porte non sono costruite per la difesa - ha scritto il patriarca nella lettera che accompagna il lancio dell'iniziativa - al contrario, servono a definire un modo di vivere: aperte in ogni direzione, verso lo straniero e il pellegrino, verso chiunque desideri entrare e prendervi parte". Un'immagine che ribalta il senso comune con cui, da fuori, si guarda spesso a questa città: non muri che dividono, ma soglie che, quando funzionano, accolgono.

Pizzaballa non nasconde da dove nasce tutto questo, e lo scrive con una franchezza che in certi documenti ecclesiali non si trova spesso: "la violenza che ha travolto questa terra ha fatto più che distruggere vite e case. Ha avvelenato il linguaggio stesso. E quando il linguaggio fallisce, segue il silenzio - e in quel silenzio, la violenza grida il suo linguaggio brutale".

È un'ammissione che pesa quanto una diagnosi medica: prima ancora di mancare la pace, a Gerusalemme mancherebbero le parole giuste per parlarne. Ed è proprio in quel vuoto che il forum prova a intervenire, non con un ennesimo comunicato, ma con uno spazio di ricerca che si prende il tempo di ricostruire un vocabolario condiviso.

Colpisce, scorrendo i nomi coinvolti, la scelta di non farne un'iniziativa confessionale. Nel Board dei promotori, accanto al patriarca, siedono tre figure che da sole raccontano la complessità della città: Sari Nusseibeh, filosofo e storica voce palestinese della non violenza, per quasi vent'anni alla guida dell'università al-Quds; Sarah Stroumsa, arabista e già rettrice dell'Università ebraica di Gerusalemme; Margaret Karram, cristiana di Haifa, dal 2021 presidente del Movimento dei Focolari.

Tre modi diversi - e non sempre conciliabili nella storia recente - di appartenere a questa terra, seduti allo stesso tavolo. Nel comitato scientifico si aggiungono altri nomi pesanti: Avraham Burg, ex speaker della Knesset diventato negli anni una delle voci israeliane più scomode sul destino plurale di Gerusalemme; Nivine Sandouka, attivista cresciuta nel campo profughi di Shufat, oggi alla guida dell'Alliance for Middle East Peace; il domenicano Anthony Giambrone, biblista dell'École Biblique; Martino Diez, della Fondazione Oasis voluta dal cardinale Angelo Scola. A coordinare il tutto sarà Daniel Schwake, direttore di Notre Dame Jerusalem.

Che cosa produrrà, in concreto, questo forum? Pizzaballa lo mette nero su bianco: "ricerca interdisciplinare applicata, orientata non verso ideali astratti ma verso le realtà vissute di questa città". Nessuna agenda politica dichiarata, nessuna pretesa di rappresentare un interesse di parte: teologi e politologi, storici e architetti, musulmani, ebrei e cristiani, credenti e non credenti, chiamati a lavorare fianco a fianco. È una scommessa che si gioca su un piano diverso da quello a cui siamo abituati quando si parla di Medio Oriente - non i tavoli negoziali, non le cancellerie, ma le università, i seminari, le pubblicazioni che nei prossimi anni proveranno lentamente a rimettere in circolo un modo di pensare Gerusalemme che non sia solo quello della contesa.

Sarebbe ingenuo, naturalmente, pensare che un centro studi possa da solo disinnescare un conflitto che si trascina da decenni, e lo stesso Pizzaballa evita accuratamente ogni enfasi salvifica. "Within Your Gates non è una soluzione alla nostra frattura collettiva", scrive, "ma uno spazio per il tipo di conversazioni serie, radicate e coraggiose che questa città esige". Eppure c'è qualcosa che vale la pena registrare, in questo settembre di elezioni bloccate e di guerra non ancora del tutto spenta: mentre la politica sembra avere esaurito il proprio vocabolario, un patriarca sceglie di scommettere ancora sulle parole.

Non come esercizio accademico fine a se stesso, ma come atto di resistenza contro il silenzio che, quando la lingua si guasta, lascia campo libero solo alla violenza. È una scommessa lenta, quasi controcorrente rispetto ai tempi della cronaca. Ma è proprio nei luoghi dove tutto sembra già scritto che ricominciare dalle parole, con onestà e senza scorciatoie, può ancora essere un atto politico nel senso più alto del termine.