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La carta d’identità falsa di Pietro Borromeo, con la firma dell’allora sostituto della Segreteria di Stato in Vaticano Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI
Questa è una storia di enorme coraggio e di un altrettanto colossale gusto per la beffa. I protagonisti sono due amici: Giovanni Borromeo, primario dell’ospedale Fatebenefratelli di Roma nel 1943, e Giovanni Battista Montini, allora sostituto della Segreteria di Stato in Vaticano e futuro papa Paolo VI. Una storia che, liberamente rielaborata, è al centro della miniserie Morbo K - Chi salva una vita salva il mondo intero, e in onda il 27 e il 28 gennaio su Rai 1.


Una storia che ci raccontò nel 2014, in occasione dell’uscita del documentario My Italian Secret, Pietro Borromeo, figlio di Giovanni. «Mio padre è sempre stato antifascista», ricordava Pietro, «vinse il concorso di primario a soli 31 anni, ma non gli diedero il posto perché si rifiutò di prendere la tessera del partito. La sua fortuna fu incontrare un frate polacco, Maurizio Bialek, che gli offrì di occuparsi del Fatebenefratelli».


Borromeo ha molti amici ebrei e nel suo ospedale, una struttura cattolica, accoglie anche un giovane medico che, dopo l’emanazione delle leggi razziali, si era ritrovato senza lavoro. Fu solo l’inizio. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 i nazisti occupano Roma e iniziano ad arrestare e deportare gli ebrei. Borromeo ha allora un colpo di genio: inventa di sana pianta una malattia, il morbo di K, e con questa diagnosi comincia a ricoverare decine e decine di ebrei.
«La “K” era quella di Albert Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, e di Herbert Kappler, capo della Gestapo a Roma. Era insomma uno sfottò, nel tipico humour nero romano, nei confronti dei nazisti che ci terrorizzavano», racconta il figlio. Per salvare il maggior numero possibile di persone era però necessario trovare ai ricoverati una nuova identità, dimetterli e far entrare altri “malati” del morbo di K.
Ed è qui che entra in gioco il futuro pontefice Giovanni Battista Montini: «Mio nonno Pietro e il padre di Montini erano deputati del Partito Popolare. I figli diventarono così grandi amici. In quei mesi drammatici mio padre si mise in contatto con un tipografo che stampava documenti falsi. Con una nuova identità da preti, suore e seminaristi, gli ebrei venivano poi smistati da monsignor Montini nei conventi. Ovviamente papa Pio XII era al corrente di tutto. Ci tengo a dirlo, viste le tante menzogne che sono state dette sul suo conto a proposito del suo rapporto con gli ebrei».
Il piano funziona, ma i nazisti si insospettiscono per quell’improvvisa epidemia di un morbo di cui nessuno ha mai sentito parlare, tanto più che il Fatebenefratelli si trova a due passi dal quartiere ebraico. Così una mattina organizzano un blitz: due camion pieni di SS si dirigono verso l’ospedale. «Per fortuna, vicino al Fatebenefratelli c’era un’osteria che in realtà era una piccola centrale operativa di intelligence, da cui partivano ragazzini di dieci-dodici anni che correvano per le vie di Roma a caccia di notizie sulle mosse dei tedeschi», racconta Borromeo. «Uno di loro arrivò da mio padre e lo avvertì del blitz, dicendo che avrebbero controllato malato per malato. Mentre fra’ Maurizio Bialek smontava in tutta fretta una radio usata per le comunicazioni tra i partigiani, mio padre parlò agli ebrei. Disse loro di non parlare, al massimo di tossire ogni tanto, e che se qualcuno si fosse messo a piangere, tanto meglio. In fondo erano stati colpiti da un morbo devastante…».
Alla fine le SS arrivarono, accompagnate da un medico della Wehrmacht che avrebbe dovuto visitare i pazienti. «Mio padre, aiutato dalla sua perfetta conoscenza del tedesco, spiegò con la massima tranquillità che il morbo di K era terribilmente contagioso, portava quasi sempre alla paralisi, spesso alla demenza, e che non si era ancora riusciti a trovare una cura. Fu talmente convincente che le SS decisero di restare fuori dal reparto e ordinarono al solo medico della Wehrmacht di accompagnarlo. Il poveretto lo seguì terrorizzato, tenendosi a debita distanza dai “malati” e prendendo per oro colato tutte le spiegazioni che mio padre gli forniva».
Un’altra mattina, però, il mondo sembrò crollare addosso ai Borromeo: «Avevo 14 anni e lo ricordo come fosse ieri. Una pattuglia di SS si presentò a casa nostra con l’ordine di portare mio padre al comando di via Tasso, dove la gente veniva torturata e uccisa. Vidi mio padre dare qualche raccomandazione a mia madre, abbracciarla forte e poi la porta che si chiudeva». «Tutti eravamo convinti che non lo avremmo mai più rivisto. Invece era stato convocato solo come medico personale di un suo amico, il generale Roberto Lordi, arrestato perché sospettato di collaborare con i partigiani. Lordi gli disse che non sapeva se avrebbe resistito alle torture e che forse avrebbe fatto qualche nome; gli chiese quindi di avvisare tutti i partigiani della sua rete di mettersi in salvo. Così fece, ma non ce ne fu bisogno. Lordi, pur orribilmente torturato, non parlò. Finì tra i martiri delle Fosse Ardeatine, gridando “Viva l’Italia” prima di essere ucciso».


Ormai l’attività di Borromeo era diventata troppo pericolosa e ancora una volta fu l’amico Montini ad aiutarlo. «Firmò una carta d’identità falsa per mio padre, dalla quale risultava che appartenesse al corpo della Guardia Nobile Pontificia. Così trascorse molto tempo in Vaticano, dove conobbe Alcide De Gasperi. Divenne molto amico anche di lui, tanto da diventarne il medico personale e assisterlo fino alla morte, nel 1954». Finalmente, il 4 giugno 1944, Roma viene liberata: «Ricordo alcuni falsi preti ballare per le strade con la tonaca alzata», racconta Borromeo. Anche i pazienti “colpiti” dal morbo di K possono lasciare l’ospedale e far festa. Dopo la fine della guerra Giovanni Borromeo riceve varie onorificenze e continua a esercitare la sua professione fino alla morte, avvenuta nel 1961. Morì nello stesso ospedale dove aveva salvato tante vite. Racconta ancora il figlio: «L’amicizia di papà con Montini continuò, anche se non fece in tempo a vederlo diventare Papa. In compenso, quando nel 1975 ebbi l’onore di incontrarlo, Paolo VI mi riconobbe immediatamente. “Ah, ma tu sei il figlio di Giovanni Borromeo…”, mi disse sorridendo. Fu molto emozionante».
Nel 2004, in Israele, nel viale dei Giusti all’interno del complesso museale di Yad Vashem, fu piantato un albero. Ai suoi piedi, una targa con un nome inciso in lettere d’oro: Giovanni Borromeo. Il figlio Pietro conserva con orgoglio il certificato di “Giusto tra le Nazioni”, ma la soddisfazione più grande arrivò forse dopo la proiezione a Roma del documentario My Italian Secret: «Tre donne molto anziane si sono avvicinate a me e mi hanno detto: “Noi siamo tre malate del morbo di K. Suo padre ci ha ridato la vita”».










