Andrea Cornetto oggi è presidente dell’associazione Presidi di La Spezia, ma per 24 anni ha lavorato nell’istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia proprio dove si è consumato il dramma di Youssef Abanoub accoltellato dal compagno di classe.

Professore com’è il contesto di quella scuola?

«Negli istituti professionali è sempre un contesto diverso. Nel 1993 il ministero – era l’epoca dell’arrivo dei primi albanesi che in Italia - aveva fatto un'indagine per sapere quante nazionalità ci fossero nei vari istituti. Noi avevamo fatto i conti, ne avevamo 27. Indubbiamente questi istituti soffrono, hanno peculiarità diverse rispetto agli altri. Hanno bisogno di attenzioni diverse. Famiglie poco presenti, famiglie con difficoltà. I professionali sono tutti complicati in questo modo. Nei professionali ci sono molte più sfaccettature nei percorsi didattici dei ragazzi».

È la prima volta che accade una cosa così grave a scuola…

«Un coltello l'avevo ritirato anch'io. Capita. Il problema è che i ragazzi non sanno gestire la conflittualità, bisognerebbe lavorare su questo. Risolvere le loro conflittualità, il sentirsi diversi perché poi questo porta anche a certi comportamenti diciamo “cattivi”, nel senso di predominanti. Non sanno risolvere i conflitti, quindi quando c'è n’è uno, all'interno della scuola o della classe, si trovano spiazzati per cui poi le problematiche si acuiscono ancor più e, purtroppo, sfociano in queste cose».

Perché non trovano altri canali per esprimersi? Perché arrivano a una violenza tale da uccidere?

«Gli prende una foga interna pazzesca, non riuscendo a parlare. Sembra che sia la società della comunicazione, ma non è così. Per loro la comunicazione è mettersi nei social, parlare tra i social, con WhatsApp. Non è comunicate, non è condividere. La condivisione, per esempio, è un'altra particolarità, la socializzazione: su questo bisognerebbe lavorare molto all'interno di tutte le scuole. Cominciando da piccoli, sin dalle elementari e dalle medie; perché questi ragazzi, secondo me, sono più fragili dei giovani di venti-trent’anni fa».

C’è chi ha fatto notare che era straniero…

«Non è un problema soltanto che riguarda gli stranieri; è un problema che riguarda tutti: c'entra la tecnologia, la famiglia che è sempre meno presente. La socialità, non ci sono più associazioni. Io sono nato in oratorio e questo indubbiamente mi ha aiutato, sia nell'interiore che nell'esteriore, nel vedere poi i ragazzi e aiutare i ragazzi in difficoltà perché ero una persona che, quando era all'oratorio, si guardava in giro. E quindi riusciva ad avere uno sguardo a 360° per vedere le cose che succedevano intorno. Tutto ciò è difficile da “esercitare” se non ci sono più questi ambienti in cui crescere e formarsi».

Quando succede un fatto così grave, ci vuole molto più tempo di quello in cui si consuma la notizia per riprendersi. Da dove si riparte?

«Dal dialogo, esclusivamente dal dialogo. Bisogna cercare di riprendere piano piano, parlare prima singolarmente con i ragazzi, vedere le problematiche, vedere il perché è nata questa situazione. Poi andranno aiutati anche i docenti perché i professori non sono abituati ad avere queste difficoltà e ad affrontare episodi di tale gravità. Bisognerà aiutare anche loro ad agire in un certo modo per riconnettere il tessuto, con calma. Cercando di parlare prima singolarmente con i ragazzi e poi a gruppi, piano piano. Cercando di risollevare le cose. Nell'anno in cui è morta mia madre, era il 1979, ho avuto un ragazzo che è morto perché ha avuto un incidente stradale e i genitori - testimoni di Geova - non avevano voluto fare la trasfusione di sangue. È morto a dicembre e abbiamo ricominciato a lavorare a febbraio. Si deve vedere chi si ha di fronte e parlare con gli occhi, poi pian piano costruire i ponti».