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C’è un momento, nei grandi tornei di tennis, in cui il rumore cambia. Non è più soltanto il colpo secco della palla sulla racchetta o il brusio elegante del pubblico francese. È qualcosa di più sottile. Un’attenzione diversa. Gli spettatori smettono di guardare il tabellone e iniziano a osservare il ragazzo. Succede quando capiscono che forse, davanti a loro, sta nascendo una storia.
A Parigi, sul rosso arido dei campi arsi dal già estivo solo di maggio del Roland Garros, quel momento è arrivato per Federico Cinà. Diciannove anni, Palermo negli occhi e una calma quasi antica addosso, come certi ragazzi del Sud cresciuti tra il mare e il silenzio. Al debutto assoluto in uno Slam ha battuto Reilly Opelka, uno che sembra uscito da un altro sport: due metri e undici, servizio da bombardiere americano e l’aria di chi può spazzarti via in tre quarti d’ora. Invece il ragazzo italiano è rimasto lì. Punto dopo punto. Senza fretta. Senza tremare troppo. Come se certi campi li avesse già attraversati nei sogni.


E allora viene da pensare che il tennis, ogni tanto, sappia ancora raccontare storie semplici. Un ragazzo, una famiglia, una racchetta consumata, un padre severo ma presente. Non servono grandi effetti speciali.
Federico Cinà è figlio d’arte, certo. Ma nel senso più faticoso del termine. Suo padre Francesco non è stato soltanto un allenatore di tennis: è stato il tecnico che ha accompagnato Roberta Vinci fino alla finale degli US Open del 2015, quella tutta italiana contro Flavia Pennetta che ancora oggi sembra un racconto da tramandare ai bambini del tennis. Uno che il circuito lo conosce bene. Che sa quanto talento si perda per strada, quante promesse evaporino tra sponsor prematuri e caratteri sbagliati.
Per questo Federico è cresciuto dentro una disciplina quasi artigianale. Niente scorciatoie. Allenamento, educazione, pazienza. Il padre gli ha insegnato probabilmente la cosa più difficile nello sport contemporaneo: restare normali quando tutti iniziano a dirti che sei speciale.
Chi lo segue racconta di un ragazzo educato, serio, poco incline alle smorfie social del tennis moderno. Uno che ascolta molto. Che parla poco. E forse anche per questo, dentro un movimento italiano ormai abituato all’euforia permanente, colpisce così tanto. Non dà l’impressione del predestinato costruito in laboratorio. Sembra piuttosto uno di quei tennisti che si fanno lentamente, come certi vini buoni o certi centrocampisti argentini: macinando ore, fatica e silenzio.


Naturalmente il convitato di pietra si chiama Jannik Sinner. Ormai accade a chiunque impugni bene una racchetta italiana prima dei vent’anni. Ogni record diventa un “sì, però Sinner…”. Anche Federico si è trovato subito dentro questo gioco di specchi statistici: il più giovane italiano a vincere al Roland Garros dopo l’altoatesino, il secondo più precoce qua, il terzo là. Ma forse il punto non è inseguire continuamente paragoni. Sinner appartiene già a un’altra dimensione, quasi mitologica. Cinà deve ancora costruire il proprio lessico tennistico, la propria geografia emotiva.
Eppure qualcosa si intravede. Non tanto nei colpi, pure notevoli, ma nei tempi. Nel modo in cui sta in campo. Nella capacità di non avere fretta. Qualità rarissima in un’epoca che divora i ragazzi appena cominciano a brillare. Federico invece sembra avere addosso una lentezza buona, siciliana quasi. Come se sapesse che il tennis non premia soltanto chi arriva presto, ma chi resiste.


A Palermo lo chiamano ancora “Pallino”, soprannome da infanzia normale. Ed è bello immaginare che sotto il Philippe-Chatrier, tra gli applausi francesi e gli sguardi curiosi degli addetti ai lavori, ci fosse ancora un po’ quel ragazzino lì. Quello che appena ottenuta la sua prima vittoria Slam, la dedica al nonno, scomparso pochi mesi prima. Quello che magari usciva dal circolo con la borsa troppo grande sulle spalle e il padre a bordo campo a correggere un movimento, un appoggio, una postura.
Il tennis italiano sta vivendo una stagione irripetibile. Berrettini prima, ora Sinner, Musetti, Cobolli, Darderi, e al femminile Paolini e la sempreverde Errani: nomi che ormai abitano stabilmente le settimane importanti del circuito. Ma ogni generazione ha bisogno di nuovi ingressi, di facce fresche che ricordino quanto questo sport sia ancora un viaggio prima che una classifica.
Federico Cinà, per ora, è soprattutto questo: un viaggio appena iniziato. Con il rosso di Parigi sulle scarpe, una vittoria da custodire e quella sensazione indefinibile che accompagna i ragazzi destinati, se non altro, a provarci davvero.
E forse la cosa più bella è che lui sembra saperlo già: il tennis non è una corsa contro qualcuno. Nemmeno contro Sinner. È una lunga conversazione con se stessi.
II prossimo match di Federico Cinà è programmato per mercoledì 27 maggio alle ore 11.00 contro l'olandese Jesper de Jong.











