PHOTO
Sara Curtis, oro e record del mondo nei 50 dorso agli Europei di Parigi avrebbe voluto i genitori sul podio
Non sono mammoni, no. Vanno per il mondo, scelgono gli studi in America come Sara Curtis, Matteo Santoro, Chiara Pellacani, e fanno, come Sara, la prima gara lontano da casa da soli a 6 anni. Lasciano casa quasi bambini per seguire un sogno come Jannik Sinner. Ma poi tornano, dal vertice del mondo, a ringraziare dell’opportunità, del sostegno avuto di quella presenza familiare, salda e discreta.
Sanno che non sarebbero dove sono senza quell’aiuto morale e materiale: Sara Curtis, subito dopo aver migliorato ancora il record del mondo dei 50 dorso il primo pensiero è stato per mamma e papà: «Li vorrei con me sul podio» ha detto Sara. «Loro due sono i migliori del mondo, esempio di perseveranza e tenacia, l’oro è dedicato a loro. Sono felice di esserne la figlia». E racconta della mamma nigeriana, di religione cristiana apostolica che prega con lei, che le manda messaggi con l’invito a dare il massimo, mamma che le ha trasmesso i capelli afro che da bambina non amava e dei quali adesso va fiera, mamma che le ha insegnato il rispetto degli appuntamenti e degli impegni presi.


Nadia Battocletti, arriva dalla volata vincente dei sempre sobria, arriva in postazione tv dopo l’oro dei 5.000 agli Europei di Birmigham, con un diadema in testa: «La corona me l’ha portata mia mamma, io non mi sarei mai permessa ma lei è visionaria. Sono felicissima del risultato, la gara è stata tattica come l’immaginavo. Con mio papà», l’allenatore, ne avevamo parlato tanto perché sapevamo che sarebbe andata così, e con un finale folle», Per poi confidare: «Prima di entrare in call room mi ha detto, ‘come un corvo, ma poi come un’aquila’. Una frase che mi ha permesso di immedesimarmi e di non pensare alla tattica. Io mi sento più aquila, vedo la preda e quando decido… vado». Ecco: nel decidere e andare c’è la lezione dell’autonomia. Crescere gradualmente, significa questo, non solo eseguire il piano tattico di altri ma assumersi la responsabilità di scegliere quando partire.
È quello che qualifica i campioni, ma anche nella vita quello che qualifica le persone che man mano diventano adulte: imparare per gradi ad assumersi le proprie responsabilità. È quello che ricorda sempre Jannik Sinner quando ringrazia i suoi genitori, quando durante la finale di Wimbledon rivela ai microfoni di aver notato che la mamma divorata dalla tensione a un certo punto è uscita dalla stadio, una mamma cui certo riconosce di aver sofferto nell’aver avuto il coraggio a 13 anni di lasciarlo andare all’accademia di Riccardo Piatti per provare a diventare un tennista, ma anche di non aver dato peso a vittorie e sconfitte durante la crescita. Il numero uno del mondo non manca mai di ringraziare la sua famiglia e a Madrid, al momento del record dei tornei 1000 vinti in una sola stagione ricordando la mamma come «Un modello da seguire e sono molto felice di avere mia madre e mio padre, e sì, sono una vera ispirazione per me». Sinner ha concluso con grande semplicità: “Cerco solo di essere un po’ come loro, sai, perché così so che sono una brava persona».


E a papà Pellacani, giornalista di La7, di turno quella sera è toccato il servizio per la quinta medaglia d’oro europea della figlia Chiara a Parigi nei tuffi: non potendo fare il cronista asettico, l’ha trasformato in una lettera aperta per poi ammettere di aver affrontato così il servizio più difficile della propria vita.


Il tema è sempre quello: la giusta distanza, esserci senza sostituirsi, senza prevaricare, senza rubare spazio e senza trasferire sui figli le proprie ambizioni. Aiutarli a coltivare i loro sogni, ma purché i sogni siano davvero i sogni dei figli non una proiezione di quelli dei genitori.
C’è un modello di famiglia in questi racconti: un modello equilibrato, in cui i figli cresciuti, che riconoscono le loro radici profonde, che li hanno guidati per il mondo, senza prevaricazione e senza dipendenza, riconoscendo a madri e padri una guida matura, in cui le relazioni contano più dei risultati. E in cui i risultati semmai sono una conseguenza di relazioni vere, forti, autentiche e sane, che come tali sopravvivono alla maturità acquisita, alla popolarità, persino all’arrivo ai vertici mondiali, senza uscirne alterate nella loro autenticità, restando un porto sicuro, nel trionfo e nella sconfitta.







