Il 20 gennaio 2026 per Federica Brignone è davvero un altro giorno. Torna in gara in Coppa del mondo a 9 mesi e mezzo dal terribile infortunio dei Campionati italiani subito dopo la Coppa del mondo vinta. E significa rimettersi in gioco dal fondo del pozzo. Non sportivamente, in termini di risultato, ma dando fondo alle risorse dell’umano.

Tornare è confrontarsi con i sé stessi di prima, domandarsi se lo si è ancora, specchiarsi nella paura, nel dolore fisico. Perché se è vero che lo sport d’alto livello non è mai solo una questione di corpi, è spesso una questione di corpi che traumaticamente si spaccano. Corpi talentuosissimi che ritornano semplicemente, traumaticamente, improvvisamente umani.

Persone comuni che hanno attraversato casualmente le stesse stanze per percorsi di riabilitazione al J I medical di Torino, raccontano di una professionista determinata e precisa, che non sgarra mai. Ma dentro la corazza solo lei sa.

Parla tranquilla, incontrando i giornalisti alla vigilia del ritorno, i suoi occhi trasparenti cercano la comprensione di chi vuole sapere di Milano Cortina e delle possibilità di esserci in gara per la portabandiera che l’anno scorso ha vissuto l’estasi e il tormento della più bella e insieme più sfortunata stagione della sua vita. Mentre le parole dicono del dolore e la fatica, del bisogno di non guardare troppo più in là di domani: «Ho temuto di non tornare a una vita normale. Quello è stato il primo obiettivo, lo sci è stato ed è ancora in secondo piano. Da nove mesi e mezzo, e ancora adesso, posso permettermi programmi giorno per giorno, non posso guardare più avanti di una settimana, se avessi guardato più lontano stata una catastrofe. Se non ci avessi creduto non sarei qui, però è ancora difficile: nessun atleta può davvero dire di partecipare i Giochi finché non mette i bastoncini fuori dal cancelletto. Nel nostro sport soprattutto dove può succedere di tutto». Quando le si chiede come sta si racconta con grande realismo:«Il giorno in cui ho messo per la prima volta è stato un disastro, ancora non ho vissuto un solo giorno senza dolore, sciare significa aver dolore, a volte di più a volte di meno. Non ho mai fatto i salti, non ho mai fatto i dossi. Cioè, ci sono vari step che bisogna mettere insieme prima di fare una gara in Coppa del mondo, direi. Secondo me nessun atleta potrebbe dire che parteciperà ai Giochi Olimpici finché non mette i bastoni fuori, nel nostro sport soprattutto. A dicembre io ho rimesso gli sci da turismo. E, ok, scivolavo per le piste, però un altro contro è fare l'atleta. La prima volta con gli sci da gigante è stato un disastro non riuscivo a sciare. Dopo un paio di settimane, verso metà dicembre tutto, con gli sci da gigante, ho iniziato a vedere un po' di luce. È stata veramente tosta. Sento dolore nella zona tra tibia, perone, ginocchio, tutto, sinceramente».

A chi le chiede se non sarebbe stato più prudente fare l’apripista anziché rientrale in gara a Plan de Corones, risponde come la solita Federica, senza irruenza nei modi, ma con la solita grinta:«Sicuramente tornare in gara e non come apripista è una scelta non conservativa, è molto difficile, però io da una parte ho uno stile di vita non così conservativo: preferisco vivere e fallire che non vivere per paura di fallire. Ne abbiamo parlato, con l'allenatore, con mio fratello, con chi mi segue, però alla fine è prevalso questo mio atteggiamento, questa mia voglia. Venire qua a fare l’pripista intanto mi avrebbe evitato tutto il contorno, quindi ho detto: o mi alleno o faccio una gara, se vengo qua per fare una gara, è per mettermi in gioco: è chiaro non ho un obiettivo di ma di performance dal punto di vista mio e l’obiettivo di vedere appunto come reagirà il mio fisico, la mia gamba. Magari vedo che non è possibile e faccio un passo indietro. Il programma è di tornare a Cortina e di fare allenamento, se avrò voglia e me la sentirò di fare altre gare prima delle Olimpiadi le farò, se non me la sentirò non le farò, idem per le olimpiadi e post olimpiadi. Continuerò con il mio programma di giorno in giorno, però sicuramente se sto bene e voglio fare le gare, sono qua per questo». Gli obiettivi sono connaturati alla situazione: «Sicuramente torno in gara dopo tanto tempo e dopo che è successo tanto e di tutto, ripeto, non avendo un obiettivo di risultato o un obiettivo di performance, dovrei, ripeto, dovrei essere più tranquilla e per me è già una grossa riuscita a mettere fuori i bastoni dal cancelletto, quando mi sono fatta male l'anno scorso non sapevo se li avrei mai messi fuori da una gara, ma neanche in un allenamento, per cui direi che in questo caso ho già vinto».

Si tratta di fare i conti con un nuovo inizio per certi versi sconosciuto: «Chiaramente», dice parlando di emozioni, «ci sarà della tensione, ma sarà una tensione diversa secondo me dal solito: non penso di dover dimostrare niente, quindi sono abbastanza tranquilla, sarò comunque emozionata, ma in modo diverso: quando arrivo alla prima gara di stagione non dormo e sono tesa perché sono lì per vincere la gara e ho un obiettivo di risultato e di performance, domani sarà qualcosa di diverso, sarà un'emozione probabilmente nuova».

Ai pericoli dello sci guarda con una dose di fatalismo: «Gli incidenti ci sono sempre stati, sicuramente adesso hanno un effetto mediatico superiore, fa magari più scena quando la numero uno e la numero due del mondo si fanno male o tutte e due in modo così pesante, nella stesso stagione. È tosta, però se uno pensa di fare lo sciatore senza farsi mai male, ha sbagliato sport, non deve neanche mettere di sci: questo è uno sport pericoloso, è quello che rende il nostro sport qualcosa di speciale, rende gli atleti degli eroi, lasciatemi passare il termine, vedere tutte le facce della medaglia, chiaramente farsi male non è bello, però fa parte di questo gioco e bisogna anche saperlo accettare una volta che succede. Uno dei momenti più cupi è stato quando mi hanno operato la seconda volta o anche quando ho messo dieci da gigante per la prima volta e ho capito che era impossibile sciare, quegli sforzi sono stati i momenti più difficili, momenti facili non ne ho ancora passati».

Già esserci è un pensiero positivo: «Sono qua e domani riaprirò un cancellato di Coppa del Mondo, quindi è andato tutto abbastanza bene e ho ben oltre gli aspettativi e tutto l'entourage».

La paura ovviamente è ineliminabile: «L'aspetto che mi fa più paura è non dico cadere o fare un altro incidente, ma che qualcosa muova all’interno della mia gamba con tutta la ferraglia ancora dentro la gamba. Non ho tutore, non ho niente che mi immobilizzi, dal primo giorno ho detto che o avrei sciato con le mie gambe o non avrei sciato. Se domani vedo che non me la sento e se vedo che qualcosa non funziona o che la mia gamba non tiene, non c'è problema, tutto è permesso anche fermarsi».

Ammette che chiedere a mente e corpo di tornare a buttarsi come se nulla fosse accaduto, dopo un trauma così grave, è una faccenda complicata, dimenticare la paura non è come dirlo: «Sicuramente questa è una delle parti più difficili nel tornare per uno sport come il nostro, dove hai bisogno di fiducia, di fidarti, di comunque andare contro natura e su questo ho lavorato tantissimo negli ultimi anni mentalmente, per fortuna.

Sicuramente è la parte che ha bisogno ancora di un po' di allenamento, perché ovviamente non si può dimenticare quello che è successo, però io mi fido abbastanza, secondo me il mio punto di forza più grande è la mia tecnica: la mia presenza, il mio controllo sugli mi danno sicurezza: sono una che sa esattamente dov'è, sa esattamente cosa sta facendo in ogni centesimo di secondo che passa sugli sci per cui per me questo è oro. La mia sciata non ha mai niente fuori controllo. So che quello che mi è successo a fine stagione è stato un caso molto sfortunato, non è dipeso in alcun modo da me».

Parlava di un grande lavoro mentale, a chi le chiede di scendere nei dettagli spiega: «Ho chiacchierato qualche volta con Giuseppe Vercelli che segue la nostra nazionale, ho lavorato soprattutto da sola sull’aspetto mentale negli ultimi anni, per fortuna tanto, e tutto questo me lo sto ritrovando in questo momento: mi ripeto sempre che se mi fossi fatta male così dieci anni fa non sarebbe la stessa cosa, non sarei qui oggi, non avrei la forza mentale per essere qui oggi».