«Adesso voglio proprio vedere che cosa succede». È emozionata la voce di Andrea Mastrovito, mentre parla al telefono in una delle rare pause in queste spasmodiche settimane: dal suo studio di Bergamo sta mettendo a punto gli ultimi delicati passaggi di un’impresa che è molto più di una semplice opera d’arte.

Walter Carrera

Mastrovito, 48 anni, da qualche anno tornato a casa nella città orobica ma a lungo attivo a New York, artista capace e versatile, uomo di fede per nulla banale, è l’italiano chiamato a completare con una scultura dedicata all’Agnus Dei la Torre di Gesù, ovvero la guglia più alta della leggendaria Sagrada Familia di Barcellona di Antoni Gaudì.

E se certamente, ormai più di un anno fa, la decisione della Junta Constructora (l’ente responsabile della gestione, del finanziamento e della costruzione della basilica) di affidare a lui, dopo un concorso internazionale, un incarico così importante lo ha stupito, oggi spiega che questo lavoro si sta rivelando diverso da tutti i precedenti. «È un’esperienza anche profondamente spirituale», assicura. «Mi ha insegnato la calma e una dimensione diversa del fare e del pensare. Io ho la testa dura, qui ho imparato a diventare malleabile, ad affidarmi».

Il riferimento è alle tante maestranze tecniche e artigianali che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera, ma anche a chi, direttamente o indirettamente, è stato fonte di ispirazione. Mastrovito parla a Credere della sua fede in modo sentito e spontaneo, come del resto fa con le altre sue «passioni della vita»: l’Atalanta e i Metallica. In un mondo dell’arte che spesso si nutre di pose e di forme, percorre da sempre la strada della genuinità e della sostanza.

Si schermisce: «Questo progetto è accaduto per caso». Mastrovito ha concepito così un Agnello di Dio che è un capolavoro di precisione, simbolismo e fede, che in aprile verrà posizionato nel punto più alto della Sagrada Familia, a 172 metri di altezza, pronto per l’inaugurazione ufficiale al pubblico il prossimo 10 giugno, a cent’anni esatti dalla morte di Gaudí.

L’Agnus Dei di Mastrovito sarà incastonato esattamente sopra l’altare della basilica, circondato da raggi lunghi circa 3 metri, rivestiti in foglia d’oro, che intrecciandosi formeranno la figura “mitica” dell’iperboloide. Ogni raggio conterrà luci al Led con citazioni della Bibbia: sono passaggi che parlano dell’Agnello e sono stati scelti dall’artista insieme ai teologi della Sagrada Familia. «All’inizio avevo selezionato solo versetti tratti dall’Apocalisse, poi insieme abbiamo ampliato le citazioni», spiega. La sua preferita? «È Giovanni 1,29: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccatum mundi”, “Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. In quel verso c’è tutto, c’è l’Alpha e l’Omega, l’inizio e la fine. È sul sacrificio della croce che si basa la nostra fede, no?».
Parlando con Mastrovito, la teologia non appare come un concetto astratto né la mera ripetizione di nozioni: «Mai avrei potuto concepire questo Agnello senza averlo interiorizzato, senza averlo sentito sotto
la pelle, senza averlo fatto mio, calato nella mia esistenza quotidiana». Ha scelto di comporre l’opera – che mentre scriviamo è ancora in fase di ultimazione nel laboratorio dello Studio Reduzzi di Castel Rozzone, nella Bergamasca – con migliaia di schegge di vetro perché, dice, ciascuna simboleggia una sofferenza umana assunta da Cristo. «Non è la classica rappresentazione dell’Agnello mistico: ha il capo rivolto all’indietro e guarda verso il basso, cioè verso l’umanità che entra nella Sagrada Familia ogni giorno. Per me è il simbolo del sacrificio ma anche di una rigenerazione possibile, di nuova vita. Per questo ho scelto di aggiungere anche elementi rivestiti di fosforo e punti luminosi sospesi». Li definisce più volte «patatine dorate» ed è grazie a loro che la scultura brillerà di luce propria, trasformando la torre in un vero faro spirituale.
Sulla luce Mastrovito ragiona da anni: per lui è l’elemento essenziale di ogni opera d’arte. È anche ciò che lo ha maggiormente colpito la prima volta, ormai qualche anno fa, in cui ha messo piede dentro la Sagrada Familia, chiesa-cantiere unica al mondo.
Spiega: «Per me è come una foresta sacra, un luogo dove l’architettura organizza il caos per permettere alla luce di manifestarsi: è il modo in cui un uomo straordinario, Antoni Gaudí, ha cercato di avvicinare l’umanità a Dio attraverso le forme fluide della natura. Io sono stato chiamato a lavorare dentro questa cosa grandiosa qui, e nel frattempo anche nella mia vita succedevano cose grandiose». Ovvero la nascita di due gemellini, che ora hanno poco più di un anno, e che occupano casa e cuore insieme al fratellone Mattia, che di anni ne ha 8.

La nuova paternità e il “parto artistico” di un progetto che definire irripetibile non è esagerato hanno allargato lo sguardo dell’artista e radicato la fede dell’uomo: «Oggi», confessa Andrea Mastrovito, «sono una persona diversa e più sensibile al dialogo tra cielo e terra».


In collaborazione con Credere

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