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Cari amici lettori, parlare di fine vita oggi – in concreto, di eutanasia e presunto “diritto a scegliere di morire” – è molto complicato. Ci si trova davanti a posizioni ideologiche forti (soprattutto pro-eutanasia) e chi prova, come fa la Chiesa, a far valere altre ragioni, più alte e meno immediate, viene guardato con sospetto e perlopiù accusato di essere retrogrado.
Fanno perciò tanto più pensare un fatto recente e un film uscito nelle sale cinematografiche da alcune settimane. Il fatto recente: la laicissima Francia, che da tempo dibatte accesamente per una legge “estrema” sul fine vita, boccia la legge che prevedeva il diritto a morire con l’aiuto dei medici e approva piuttosto la legge sulle cure palliative (voto del 29 gennaio).
Si teme evidentemente una sorta di salto nel buio con “aperture” eccessive, anche da parte della società civile, se Le Monde, giornale laicissimo, dà spazio a un intervento di medici e giuristi critici verso la legge pro-eutanasia voluta dal presidente Macron. Nel complesso, un ragionevole esercizio del dubbio e dell’attento soppesamento delle questioni in gioco.
Al contrario, il recente film La grazia di Paolo Sorrentino, che pure ha come tema centrale il dubbio e il suo ruolo nella ricerca della verità, presenta le due posizioni contrapposte – pro-eutanasia e contro – in modo non del tutto soddisfacente. Le ragioni pro-eutanasia, per le quali evidentemente il regista propende, vengono presentate con ricchezza di argomentazioni e di coinvolgimento emotivo.
Il protagonista del film, l’immaginario presidente della Repubblica Mariano De Santis, cattolico tutto d’un pezzo (tanto da essere soprannominato “Cemento armato”), compie un percorso tormentato, lasciandosi attraversare dal dubbio, per arrivare infine alla decisione di firmare la legge a favore dell’eutanasia.
Ma le ragioni dell’altra parte – si veda l’incontro del presidente con il Papa per consigliarsi – sono rappresentate in modo evanescente, limitate alla folkloristica figura papale e a un tormento di coscienza relegato al privato. Come se i cattolici non avessero altre argomentazioni altrettanto degne.
Su questo piano il film, pur molto bello nelle immagini e nella costruzione di una figura tormentata dal dubbio, risulta un po’ deludente. Non appare minimamente, ad esempio, il discorso delle cure palliative, che rappresentano la risposta credente al tema del fine vita.
Come ha ricordato Graziano Onder, direttore di un Master della Cattolica di Roma, esse «non si occupano solo del dolore, ma della persona nella sua interezza»: prendersi cura del dolore, ma anche dei bisogni psicologici, sociali e relazionali, nel rispetto dei desideri e dei valori della persona.
Certo, si può obiettare che compito di un film non è argomentare soluzioni, ma porre domande. Tuttavia, anche la retorica emotiva rischia di oscurare altre ragioni o di relegarle lontano dalla vita reale.
In collaborazione con Credere
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