È commosso padre Marco Vianelli quando lo raggiungiamo al telefono di ritorno da Verona dove ha condotto una quattro giorni dedicata ad “Addomesticare il mondo. Quando la famiglia è luogo di educazione agli affetti e scuola di relazioni” la XXVI Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare. Dopo sette anni lascia la direzione dell’ufficio nazionale di Pastorale familiare della Cei e si prepara a guidare la Provincia Serafica di Umbria e Sardegna. «Sono stati anni intensi e profondamente trasformanti. Il lavoro con le famiglie ha sempre fatto parte del mio percorso, ma questo tempo è stato caratterizzato da una dedizione totale e da incontri che hanno lasciato segni duraturi. Ogni relazione, quando è autentica, ci cambia e rimane dentro di noi».

Perché era urgente mettere al centro il tema dell’addomesticare?
«Il tema nasce da un percorso condiviso all’interno della Consulta nazionale, che ha lavorato per un anno sull’educazione agli affetti e sulle relazioni. Da lì è emersa l’esigenza di individuare un orizzonte capace di orientare il lavoro pastorale, offrendo strumenti concreti agli operatori. L’espressione “addomesticare il mondo” è arrivata successivamente, ma intercetta bene il tempo che stiamo vivendo: un tempo che mostra tratti di “selvaticità”, in cui si avverte il bisogno di recuperare una grammatica della casa, della familiarità. Non si tratta di indottrinare o vincolare, ma di rendere lo spazio umano più abitabile, più domestico, capace di relazioni significative e affettivamente mature».
In questo senso, la famiglia torna ad essere centrale.
«È il luogo naturale in cui si impara la relazione, la reciprocità, la costruzione di legami. In una società segnata da conflittualità e violenze, è importante ricordare che queste sono espressioni patologiche della famiglia, non la sua verità. Quando funziona, la famiglia è il primo laboratorio di umanità e può davvero contribuire a costruire una società migliore».

L'ufficio nazionale di Pastorale familiare: da sinistra, Barbara Rossi che con il marito Stefano Rossi (ultimo a destra) guida l'ufficio affiancando padre Marco Vianelli e don Ignazio De Nichilo. Terza da sinistra, Ombretta Pacchiarelli, incaricata per gli eventi.
L'ufficio nazionale di Pastorale familiare: da sinistra, Barbara Rossi che con il marito Stefano Rossi (ultimo a destra) guida l'ufficio affiancando padre Marco Vianelli e don Ignazio De Nichilo. Terza da sinistra, Ombretta Pacchiarelli, incaricata per gli eventi.

L'ufficio nazionale di Pastorale familiare: da sinistra, Barbara Rossi che con il marito Stefano Rossi (ultimo a destra) guida l'ufficio affiancando padre Marco Vianelli e don Ignazio De Nichilo. Terza da sinistra, Ombretta Pacchiarini, incaricata per gli eventi.

In questi sette anni di mandato in CEI come ha visto cambiare le famiglie?
«Ho iniziato questo servizio poco prima della pandemia da COVID-19, che ha rappresentato uno spartiacque. Non è stato solo un evento difficile da attraversare, ma un cambiamento profondo del contesto in cui viviamo. Sono emersi con più forza temi come la paura, la fragilità, la violenza, ma anche l’indifferenza».

Eppure, la famiglia ha mostrato una grande capacità di resilienza.
«Dopo lo smarrimento iniziale, è diventata luogo di riparo, di rielaborazione, di ripartenza. Per molti è stata lo spazio in cui ritrovare un linguaggio condiviso fatto di affetti e relazioni. Anche i giovani continuano a indicarla come punto di riferimento fondamentale. Certo, quando la famiglia non funziona può diventare un luogo di sofferenza profonda. Ma esistono anticorpi, reti e contesti che possono sostenerla: è importante attivarli e rafforzarli».
Quali sono oggi le sfide nuove per le famiglie?
«Più che di singole sfide, parlerei di un verbo ancora da tradurre pienamente nella pratica: integrare. Se accoglienza e discernimento sono ormai entrati nel linguaggio e nella prassi, l’integrazione resta più complessa. Integrare significa fare spazio reale alla vulnerabilità, alla fragilità, alle differenze — dagli anziani ai giovani, dalle situazioni di fatica alle nuove forme di vita. La vera domanda è: dopo aver accolto l’altro, cosa cambia in noi? Che tipo di “noi” nasce dalla sua presenza? Non si tratta di un’ospitalità temporanea, ma di un processo trasformativo. La famiglia, in questo senso, è il laboratorio più attrezzato: è continuamente attraversata da differenze, sfide, cambiamenti — anche tecnologici — ed è chiamata ogni giorno a trovare nuove forme di integrazione. È qui che si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo».

Amoris Laetitia ha compiuto dieci anni: quale segno ha lasciato?
«Ha certamente introdotto un nuovo modo di parlare della famiglia, anche se in realtà molte famiglie già vivevano questo stile. La novità è stata soprattutto nel linguaggio ecclesiale: un linguaggio capace di tenere insieme l’universale e il particolare.
Papa Francesco non ha cambiato la dottrina, ma ha dato spazio alle storie concrete, permettendo alle persone di sentirsi parte della storia grande della Chiesa. Questo ha generato una maggiore partecipazione e responsabilità diffusa. Un altro elemento decisivo è stato il metodo sinodale: il camminare insieme, il costruire percorsi condivisi fin dall’inizio. Non si tratta più di applicare decisioni prese altrove, ma di elaborare insieme, come attorno a una tavola. Questo ha acceso il desiderio di essere protagonisti nella vita ecclesiale e familiare.
Come si pone Leone XIV sui temi della famiglia, anche in vista dell’incontro mondiale convocato per ottobre?
«Mi sembra evidente una linea di continuità con il cammino degli ultimi pontificati. La scelta di convocare un incontro è molto significativa. È un gesto profondamente ecclesiale: invita le Chiese a raccontarsi, a condividere esperienze, a mettersi in ascolto reciproco.
In un tempo in cui tutti sembrano avere risposte pronte, questo stile — fatto di ascolto, di confronto, di discernimento comune — appare particolarmente prezioso. È un modo per rimettere davvero la famiglia al centro, non solo come tema, ma come punto di partenza per costruire il futuro della Chiesa. Le aspettative sono alte, ma soprattutto è bello il metodo: ripartire dall’ascolto, dal dialogo, dal coinvolgimento di tutti. È un segno di grande fiducia nella vita delle famiglie e nella loro capacità di generare cammini nuovi».