Sindaco e parroco di Courmayeur andarono all’aeroporto di Linate per omaggiare gli alpinisti, mentre a Lecco – patria di Riccardo Cassin, capo della spedizione  – vennero sparate cannonate a salve. La salita al Gasherbrum IV, portata a termine nel 1958 dalla spedizione italiana voluta dal Club alpino, segnò una svolta significativa nell’alpinismo in Himalaya perché per la prima volta raggiunse una vetta della cosiddetta “zona della morte” (ovvero sopra i 7.500 metri di altitudine) senza utilizzo di bombole d’ossigeno. A toccare “il cielo” furono il giovane Walter Bonatti e Carlo Mauri ma – testimoniarono subito i fortissimi alpinisti – si trattò di una vittoria di squadra, portata a termine dallo sforzo comune del gruppo sapientemente capitanato niente di meno che da Cassin.

«La salita anticipò di dieci anni le scalate senza ossigeno, di cui poi Reinhold Messner fu protagonista indiscusso. La scelta di non usare ossigeno fu dettata anche dal fatto che in un’ascesa così impegnativa, parliamo di V e V grado superiore di arrampicata, non era pensabile portare sulle spalle 19 chilogrammi di ingombrante bombola. Fatto sta che – pur essendo alta “solo” 7980 metri ma  più di 26 mila piedi, che nella scala inglese la fanno risultare nella categoria degli “irraggiungibili” – per 60 anni nessuno provò a ripetere la via», spiega Alessandro Giorgetta del Club alpino italiano.

Innovativa e sperimentale, la conquista del Gasherbrum IV non ebbe risonanza mediatica quanto la salita al K2, di soli quattro anni precedente. «La retorica nazionalista, che tanto condì la spedizione del 1954, fu sostituita da una formula inedita, quella dell'"alpinismo più cultura", espressi ai massimi livelli», continua Giorgetta, che con Anna Girardi ha curato il volume “Gasherbrum IV. La montagna lucente”, stampato dal Club alpino proprio per il 60° anniversario della scalata.

Oltre agli otto alpinisti di punta, della spedizione fecero parte anche un medico, Donato Zeni, e Fosco Maraini. Al grande documentarista fu chiesto di raccontare le popolazioni locali e gli spazi del ghiacciaio del Baltoro. «In tre mesi scattò più di due mila immagini, raccontando l’umanità dei Banti e il rapporto con gli uomini della spedizione - spiega ancora Giorgetta – di queste foto, nel libro ne pubblichiamo 90 inedite, che accompagnano il lettore alla scoperta dei grandi spazi himalayani e degli uomini e le donne che li abitavano».

Case di fango, schiene piegate nei campi al limitare dei ghiacci, mani che impastano pane e pregano, la carovana di 450 portatori (l’avvicinamento al Gasherbrum IV,  lungo e impegnativo, non permetteva di spostarsi in maniera più agile) e le espressioni complici di Cassin e Bonatti che, dopo le ingiustizie vissute durante la spedizione al K2, furono finalmente protagonisti di un’impresa decisamente più solidale. «Tutti, alpinisti e portatori, sono colti nella quotidianità della spedizione, come nei momenti esaltanti della salita. La spedizione al GIV recupera così quella visibilità che il suo elevatissimo contenuto tecnico e culturale avrebbe meritato da subito», scrive nella prefazione il presidente generale del Cai Vincenzo Torti.

«Fra i documenti di mio padre ho trovato anche un libricino degli appunti con un piccolo dizionario italiano-inglese- balti», conferma Guido Cassin. «Riccardo aveva imparato un centinaio di vocaboli locali per poter comunicare con i portatori nella loro lingua».

Un approccio tutt’altro che da conquistatori, dunque, che oggi merita di essere riconosciuto e ricordato.