Cara Prof, nella mia lunga esperienza di insegnante ho sempre pensato che il digitale dovesse essere usato come supporto didattico, ma che non potesse sostituire il testo cartaceo e la scrittura manuale, che favoriscono lo sviluppo cognitivo, la riflessione e la rielaborazione degli argomenti. Ora non vorrei che, con l’introduzione dell’AI, come previsto dalle nuove linee guida dei licei, le cose dovessero, se possibile, ancora peggiorare.

Giampaolo

– Caro Giampaolo, condivido in pieno le tue riflessioni e la paura che anche con l’introduzione dell’AI nei programmi ministeriali dei licei si possa, tra qualche anno, arrivare a rimpiangere queste scelte. In questo quadro, diventa ancora più centrale il ruolo del docente, chiamato a guidare gli studenti nell’uso responsabile di tali strumenti, evitando un approccio passivo e promuovendo, invece, una partecipazione attiva e consapevole.

Proprio qui, tuttavia, emerge una preoccupazione non secondaria: molti docenti non dispongono ancora di conoscenze e competenze adeguate per integrare efficacemente l’intelligenza artificiale nella pratica didattica.

Il rischio è che l’entusiasmo per la nuova tecnologia porti a un’applicazione disomogenea, “a macchia di leopardo”. Per evitare che l’AI si trasformi in un boomerang, è necessario accompagnare la sua introduzione con una solida formazione degli insegnanti e una riflessione pedagogica profonda.

Suggerisco il saggio Pedagogia algoritmica. Per una riflessione educativa sull’Intelligenza Artificiale di Chiara Panciroli e Pier Cesare Rivoltella, che offre spunti utili per comprendere il rapporto tra educazione, tecnologie e nuovi ambienti di apprendimento. Ritengo, dunque, che la sfida attuale non sia tanto tecnologica quanto culturale: integrare l’innovazione senza perdere di vista i fondamenti della formazione e valorizzando il ruolo insostituibile del docente.