Andare a scuola è come entrare in un terreno di guerra. Per insegnare, bisogna indossare l’elmetto. Ancora un ragazzino inferocito, rabbioso, incontenibile. Ancora un’insegnante ferita con decine di coltellate davanti alla scuola. A colpire un suo allievo, 13 anni, terza media: in mimetica, con la scritta “vendetta” sulla maglia. Chissà cosa frullava nella sua mente incattivita. Cosa l’avrà spinto, quale mai dramma scolastico. Chissà che pensavano di lui, come lo consideravano gli amici, i genitori.

Non c’è alcuna giustificazione, nessun ma e però. E nessuna colpevolizzazione del sistema scuola, dei professori: ci mancherebbe che si attribuiscano azioni così efferate a qualche nota o voto insufficiente, a qualche docente più o meno simpatica.

Un gesto atroce, e si capirà se è follia, perché anche la follia troppo spesso è usata come giustificazione ed è poco credibile che tanti minorenni malati di mente si aggirino per le nostre strade, nelle nostre stesse famiglie.

Prima di discettare sulle cause di un’emergenza sempre più diffusa, bisogna fermare il fenomeno. Nessuno deve uscire di casa con un coltello in tasca, nemmeno il salumiere, tanto più i minori. Mettiamoli, sti maledetti metal-detector all’ingresso della scuola, ed è certamente una sconfitta. Ma tocca tutelare gli insegnanti, che svolgono un compito di eccellenza, unico, prezioso, faticoso, sottopagato. E sempre più pericoloso.

Nessuna indulgenza: espulsioni, servizi sociali per chi è colto in flagrante, ma attenti, costanti, non troppo buonisti. Si tratta di minorenni, ma se c’è la capacità di intendere di volere c’è una responsabilità; tanto più sono responsabili i genitori.

Stop ai telefonini e stop ai videogiochi. Sanzioni pesantissime per chi produce video e giochi violenti. Peccato non poter sanzionare i leader mondiali che trasformano le guerre in videogiochi. Almeno giudichiamoli, raccontiamoli come esempi negativi.

Ma per la sfida educativa contro la violenza, oltre le bandiere arcobaleno, facciamo sventolare nelle nostre classi i valori della Costituzione e i principi evangelici; sguinzagliamo insegnanti di sostegno e psicologi preparati e accorti per captare inquietudini pericolose e tendenze alla violenza. Per intercettare le famiglie, quando le famiglie ci sono, o altre figure adulte di riferimento per i ragazzi più problematici.

Poi il disagio va affrontato non solo a scuola: ci vogliono luoghi di socializzazione, spazi di confronto e di libertà (centri sportivi, biblioteche diffuse, oratori) con referenti specializzati, antenne vigili per individuare con fermezza e umanità i casi più difficili.

Ai nostri ragazzi ricominciamo a parlare di bellezza, facciamogliela vedere; parliamo di nuovo di fatica, sacrificio, mostriamo loro storie vere di chi a scuola non può andare, di chi affronta ogni giorno la fame e la miseria, la mancanza di libertà o la malattia. Chiediamoci e chiediamo loro per cosa vale la pena vivere. Non per i voti, non per la vendetta.


In collaborazione con Credere

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