«La barba è rossa, come il colore di una birra ambrata. E folta come quella dei monaci orientali. Gli occhialini tondi fanno un tutt’uno col volto che esprime simpatia e sapienza. Lui, dom Agostino Wilmeth, benedettino, è il mastro birraio dell’abbazia di San Benedetto in Monte a Norcia. E anche, ovviamente, un monaco della stessa comunità. Che, ci tiene a dirlo, non fa solo la birra.

«Sono nato trentacinque anni fa in South Carolina. E mi sono convertito alla fede cattolica a sedici anni. Da ragazzo ho studiato presso il Thomas Aquinas College, in California, e nel 2013 sono entrato a far parte della comunità monastica dei Benedettini di Norcia», racconta.

IGNACIO MARIA COCCIA

«Nel 2018 ho emesso i voti solenni e tre anni dopo sono stato ordinato sacerdote. In realtà la vocazione monastica è partita dall’interesse per il canto gregoriano. Mi affascinava il canto, la musica in generale, e infatti ho suonato il pianoforte, la chitarra, il banjo. Da lì è partito tutto.

Non pensavo all’inizio di farmi monaco, avevo la fidanzata e il rapporto con lei andava bene, però dopo il primo anno di Università ho fatto un serio discernimento personale e ho capito che la mia strada era un’altra».

IGNACIO MARIA COCCIA

Dom Agostino parla una sorta di “slang” italiano, si vede che è un figlio d’America. Ma quando inizia a raccontare la sua birra non c’è storia che tenga.

La folta barba – come quella di Aronne citata nel Salmo 133 – dà spazio al sorriso.

«Come tanti americani», continua dom Agostino, «mio padre aveva vari hobby – costruire barche, andare a caccia, lavorare il legno, la fotografia... – e fin da piccolo ho iniziato a fare tante attività con lui.

Un giorno, durante un viaggio, abbiamo cenato in un ristorante. Lì vicino c’era un piccolo negozio che vendeva prodotti per fare la birra in casa, compreso il kit. Ho subito detto: “Perché non proviamo?”.

Ho continuato poi negli anni a specializzarmi nella birra fai da te, anche durante l’Università, procurandomi le attrezzature necessarie e organizzando degustazioni con gli amici.

Una volta entrato in monastero, mi è stato chiesto di occuparmi di birra: prima come assistente del mastro birraio, poi come responsabile».

Il mastro birraio è sicuro del fatto suo: «Dopo aver conosciuto la nostra birra, molte persone tornano da noi e si interessano della nostra vita monastica e persino di preghiera.

Sapere che facciamo la birra è un buon ponte per chi ha interrogativi sulla fede o sulla spiritualità in generale. Poi, c’è un altro aspetto: chi viene a trovarci capisce che siamo persone normali. Monaci che producono birra. È così strano?».

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