A un anno dalla morte di Bergoglio ripercorriamo la sua vita attraverso l’accurata biografia scritta dalla vaticanista Annachiara Valle per lo speciale Papa Francesco. La rivoluzione dell’amore

L’ultimo gesto è stato il saluto al popolo. Papa Francesco ha concluso il suo pontificato così come lo aveva cominciato. Con la benedizione pasquale Urbi et Orbi che ha voluto dare, con un soffi o di fiato, da quella stessa loggia dove, il 13 marzo 2013, aveva salutato i fedeli che si erano riuniti per la sua elezione. E con quel giro sulla jeep papamobile fra la folla, con le ultime forze, che oggi suona come l’addio di un pontefi ce che,nonostante tutto, non ha mai smesso di voler essere «pastore con l’odore delle pecore». L’annuncio del cardinale Farrell, che ha comunicato che Francesco è deceduto alle 7,35 del Lunedì dell’Angelo, è arrivata a sorpresa dopo il lungo ricovero di 38 giorni al Gemelli e dopo le prime settimane di convalescenza. Anche se il Papa era visibilmente affaticato tutti hanno sperato fino all’ultimo di rivederlo in piedi. Ma Francesco ha continuato il suo magistero fino alla fine. Indicando, come Gesù nel Vangelo, la strada che la Chiesa deve compiere: accanto agli ultimi, ai sofferenti. Non a caso una delle sue ultime uscite è stata quella per visitare i detenuti di Regina Coeli, e poi la preghiera, il sabato santo, all’altare della Confessione, in San Pietro. Preghiera e azione. Affidamento a Dio e sguardo sui poveri, sui fragili, sugli ultimi. E quando la notizia è arrivata il mondo, per un attimo, è sembrato in silenzio e in preghiera.

Qualunque fosse il Dio di ciascuno, in ogni latitudine, è salito, grato, un pensiero al cielo per il pontificato di Francesco. Per la dedizione all’altro che papa Bergoglio ha profuso nei 12 anni in cui ha vissuto in Vaticano come successore di Pietro. Per l’ascolto che non ha smesso di esercitare con i piccoli e i grandi della Terra. Con i bambini, con i credenti di altre religioni e con chi non confida in alcun Dio, con i capi di Stato e con gli emarginati, i senza dimora, gli esclusi. Per quel rapporto forte con il popolo che lui, «uomo venuto dalla fine del mondo», aveva cominciato a consolidare fin dal suo primo affaccio dalla Loggia delle benedizioni la sera del 13 marzo 2013 quando fu eletto. «E adesso incominciamo questo cammino, vescovo e popolo. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi», aveva detto. La mente va a quella fumata bianca, dopo 26 ore di conclave, quando, al quinto scrutinio, 115 elettori lo avevano voluto al soglio Pontificio.

Nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, Jorge Mario Bergoglio ha portato nel suo Dna, per tutta la vita, i geni del barrio di Flores dove la sua famiglia, di origini piemontesi e liguri, aveva cercato fortuna. Primo di cinque figli di Mario, ragioniere e funzionario delle ferrovie, e di Regina Maria Sivori, casalinga, era venuto al mondo otto anni dopo la migrazione dei suoi genitori, partiti nel 1928, dal porto di Genova.

Pur cresciuto in un quartiere considerato del ceto medio – quello stesso che ha dato i natali al club San Lorenzo de Almagro, la squadra di calcio di cui il Papa è stato tifoso per tutta la vita – si dà subito da fare per aiutare la famiglia. Diplomatosi come perito chimico, lavora come inserviente delle pulizie in una fabbrica e poi come but-tafuori in un locale malfamato di Córdoba. Si fidanza. Ma Dio lo chiama per altre strade. Come ha raccontato lui stesso c’è un giorno preciso in cui scopre la vocazione. È il 21 settembre 1953, san Matteo. In Argentina, la festa dello studente. Prima di andare a divertirsi, il futuro Papa passa nella parrocchia dove andava solitamente. «Qui ho trovato un prete, che non conoscevo, e ho sentito la necessità di confessarmi. Questa è stata per me un’esperienza di incontro: ho trovato che qualcuno mi aspettava. Ma non so cosa sia successo, non ricordo, non so proprio perché ci fosse quel prete là, che non conoscevo, perché avessi sentito questa voglia di confessarmi, ma la verità è che qualcuno m’aspettava. Mi stava aspettando da tempo. Dopo la Confessione ho sentito che qualcosa era cambiato. Io non ero lo stesso. Avevo sentito proprio come una voce, una chiamata: ero convinto che dovessi diventare sacerdote».

Mario Bergoglio entra nel seminario di Villa Devoto. Intanto, però, a 21 anni, una brutta polmonite lo porta in sala operatoria dove gli asportano parte del polmone di destra. Nel 1958 passa nel noviziato della Compagnia di Gesù. Compie studi umanistici in Cile e, quando torna a Buenos Aires, nel 1963, si laurea in filosofia al collegio San Giuseppe a San Miguel. Dal 1964 al 1965 insegna letteratura e psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fé e, nel 1966, è docente delle stesse materie nel collegio del Salvatore a Buenos Aires. Silaurea in teologia nel 1970, sempre al collegio San Giuseppe. Il 13 dicembre 1969, aveva ricevuto l’ordinazione presbiterale con l’imposizione delle mani da parte dell’arcivescovo di Córdoba Ramón José Castellano. Prosegue gli studi in Spagna e, il 22 aprile 1973, emette la professione perpetua nei gesuiti. Rientrato in Argentina, diventa maestro di novizi a Villa Barilari, a San Miguel, professore presso la facoltà di teologia, consultore della provincia della Compagnia di Gesù e rettore del Collegio. Il 31 luglio 1973 viene nominato superiore provinciale dei gesuiti dell’Argentina. Incarico che mantiene fino al 1979.

Intanto in Argentina arriva, con il colpo di Stato del 1976, la dittatura. Bergoglio, per tutto il periodo che dura fino al 1983, dà rifugio ai perseguitati accogliendoli nel Colegio Máximo dei gesuiti, con la scusa degli esercizi spirituali, e agevolando la loro uscita dal Paese. Nel 1979, nella veste di superiore dei gesuiti partecipa alla Conferenza del Celam (Consiglio episcopalelatinoamericano) di Puebla. Tra il 1980 e il 1986 prosegue il suo impegno nel campo universitario divenendo nuovamente rettore del collegio di San Giuseppe. Negli stessi anni gli viene affidata anche la parrocchia del suo quartiere, San Miguel. Nel marzo 1986 viene inviato in Germania, alla “Philosophisch-Theologische Hochschule Sankt Georgen” di Francoforte sul Meno, per completare la tesi di dottorato per poi rientrare, come direttore spirituale e confessore, nella chiesa che la Compagnia di Gesù ha a Cordoba. Il cardinale Antonio Quarracino lo vuole come suo stretto collaboratore. E così Giovanni Paolo II, il 20 maggio 1992, lo nomina vescovo titolare di Auca e ausiliare di Buenos Aires. Sarà lo stesso cardinale a procedere all’ordinazione episcopale il 27 giugno di quello stesso anno. Bergoglio sceglie, come motto, lo stesso che poi manterrà da Pontefice: «Miserando atque eligendo», cioè, «guardandolo con misericordia e scegliendolo». La frase, presa da una omelia di San Beda il Venerabile, richiama proprio la chiamata di Matteo, il pubblicano che Dio guarda con amore scegliendolo come suo discepolo. Viene subito nominato vicario episcopale della zona Flores e poi, il 21 dicembre 1993, vicario generale. Il 3 giugno 1997 è promosso arcivescovo coadiutore di Buenos Aires e, nove mesi dopo la morte del cardinale Quarracino, il 28 febbraio 1998, diventa arcivescovo della città, primate di Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale residenti nel Paese e gran cancelliere dell’Università Cattolica. Tre anni dopo, il 21 febbraio 2001 Giovanni Paolo II lo crea cardinale con il titolo di San Roberto Bellarmino, la parrocchia romana che i gesuiti hanno retto fino al 2003 quando è passata sotto gestione diocesana.

Dal 2005 al 2011 è presidente della Conferenza episcopale argentina (nomina che aveva declinato nel 2002). Sono gli anni in cui Bergoglio prende posizione contro la cultura dello scarto, in particolare quella che, attraverso l’aborto e «l’eutanasia mascherata» con cui definisce l’abbandono degli anziani, si sopprimono le fasce più deboli della società. Percorre la città, fino ai barrios più degradati, in autobus. Vive in un modesto appartamento cucinandosi da solo. Ogni Giovedì santo lava i piedi ai detenuti. Incoraggia i giovani sacerdoti a impegnarsi nelle periferie. Presidente della Commissione per il messaggio nella V Conferenza latinoamericana ad Aparecida, difende l’operato dei vescovi dalle intrusioni che continuano ad arrivare dalla Curia romana. In quei giorni si parla della missione per l’Amazzonia, del proliferare delle sette, delle comunità di base che si sono rivelate, dove erano più consolidate, vere barriere contro i telepredicatori e gli evangelical sempre più aggressivi. Pur non essendo mai stato uno strenuo sostenitore della teologia della liberazione, anzi annoverato, nella Conferenza di Puebla, tra i più conservatori, riesce a far mantenere nel testo finale la conferma della bontà del metodo «vedere, giudicare, agire», caro al Concilio e osteggiato da Roma, divenuto invece patrimonio comune della Chiesa latinoamericana già dalla Conferenza di Medellin del 1968. Il testo sarà poi appro-vato da papa Benedetto, il Pontefice alla cui elezione aveva contribuito anche Bergoglio nel conclave del 2005.

Negli anni seguenti il futuro Papa continua con la sua pastorale rivolta agli ultimi, in particolare a chi è ai margini della fede richiamando un gruppo di sacerdoti della diocesi che si erano rifiutati di amministrare il battesimo a bambini nati da madri single o divorziate. Nello stesso tempo, però, si oppone alle proposte di legge sui matrimoni omosessuali, sull’eutanasia e sull’aborto arrivando, nel 2010, a un durissimo braccio di ferro con il governo della presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner. Uno scontro non sanato neppure con l’elezione a Papa e le udienze in Vaticano. E, questo, nonostante il cardinale di Buenos Aires fosse stato un punto di riferimento decisivo per tutto il Paese durante la grave crisi economica del 2002. Crisi che aveva messo in ginocchio l’economia e portato l’Argentina alla bancarotta. È in quel periodo che il cardinale, interpellando i più giovani, pensa a un progetto – le Scholas occurrentes – per impegnarli in prima persona nel risollevare le sorti del Paese. Progetto che poi sarà esteso, sotto il suo Pontificato, a numerose nazioni del mondo. Quando, nel 2013, parte per l’Italia per partecipare al conclave da cui uscirà pontefice, lascia avviata anche la campagna pensata per il bicentenario dell’indipendenza del Paese che avrebbe dovuto realizzare, entro il 2016: duecento opere di solidarietà in tutta l’Argentina. Pensa di tornare di lì a breve per sostenere la missione in Amazzonia e quel documento di Aperecida che lui stesso ha più volte chiamato la «Evangelii nuntiandi dell’America Latina». Ma resterà per sempre a Roma senza più tornare, come peraltro era accaduto anche con Paolo VI, nella sua città d’origine. Un legame forte quello con papa Montini, che traspare anche dal suo costante riferimento proprio alla Evangelii nuntiandi,l’esortazione apostolica montiniana del 1975 che Bergoglio ha sempre considerato «la magna charta dell’evangelizzazione». Perché questo documento, come ha testimoniato lui stesso fino agli ultimi giorni, non si regge sulla semplice trasmissione di regole dottrinarie e morali, ma su quella capacità di portare – «noi scelti e amati da Dio» – questo «amore agli altri». Una missione portata avanti fino all’ultimo respiro.