La notizia: Israele ha liberato 26 palestinesi detenuti nelle sue carceri, e subito dopo ha annunciato la costruzione di altre 1.500 unità abitative in quella che viene chiamata Gerusalemme Est, un'area ancora disputata tra israeliani e palestinesi. In sé e per sé non è una novità: in questi ultimi mesi, altre centinaia di palestinesi sono stati liberati (questo era il quarto gruppo a uscire di prigione) e altre centinaia di case in nuovi insediamenti sono state progettate.

C'è quindi qualcosa che va oltre la semplice notizia. I 26 palestinesi appena liberati erano tutti detenuti con condanne per omicidio. Israele, quindi, ha rimesso in circolazione 26 assassini, giudicati tali secondo i suoi standard giudiziari. Altre decine di assassini erano tra coloro che sono stati liberati nel recentissimo passato. In poche parole: la costruzione di case e l'occupazione di terre (lasciamo per un momento da parte se legittima oppure no) val bene la restituzione della libertà a qualche decina di assassini.

Fin qui, inoppugnabili, i fatti. La considerazione che si può fare è questa: forse si agitano troppo tutti coloro che, dalle nostre parti e altrove, vedono Israele come perennemente minacciato di distruzione. Esagerano. E non solo perché Israele, per sua fortuna, è uno Stato solido, politicamente avvertito, bene armato, dotato della bomba atomica, forte di ottimi appoggi internazionali, tecnologicamente avanzato, economicamente robusto. Ma anche perché Israele stesso non teme troppo i suoi primi avversari, i palestinesi appunto. Uno Stato tremebondo, convinto di poter essere facilmente eliminato, metterebbe in libertà così tanti killer solo per costruire qualche casa in più?