Cornelio è un uomo buono, ma è un soldato romano. Dal il punto di vista dei credenti in Gesù, a quel tempo ancora quasi tutti ebrei, uno così resta pur sempre un pagano. Prega, fa elemosine al popolo, tuttavia è uno “separato” da una frontiera insuperabile, quella che stabilisce la distanza tra puro e impuro, credente e pagano. Pietro viene sollecitato a fargli visita. Il racconto tace sul motivo e Pietro, mosso da persone e visioni, si mette in cammino. Questa reticenza, rispetto alla quale Pietro più volte chiede ragione – perché mi avete chiamato? per dire o fare cosa? –, è funzionale a produrre la sorpresa. Alla fine, il capo degli apostoli dovrà rendersi conto che «Dio non fa preferenza di persone» e solo allora comprenderà che deve donare il Vangelo anche ai romani, sebbene dentro di lui molte resistenze gli rendessero impensabile di attraversare questo confine. Qualcuno ha intitolato questo racconto “La conversione di Cornelio”. Molto di più, esso racconta quella di Pietro. L’invito è a confrontarci con la tendenza sempre presente, in noi come in tutti, a stabilire confini, a tracciare recinti, insomma a ingabbiare il Vangelo. Il motivo lo si capisce: essere spinti fuori e oltre, è faticoso, doloroso, sempre inquietante. Da Pietro, però, impariamo a lasciarci istruire da ciò che accade e da quello che ci viene chiesto, che a volte ci spingerà a oltrepassare anche ciò che riteniamo invalicabile. Filippi era una città romana, non solo di fondazione, ma anche di stretta “osservanza imperiale”. Qui l’ideologia di Roma era il modo di pensare condiviso, ed esso – questa volta il punto di vista è quello dei romani – escludeva di poter abbracciare la fede ebraico-cristiana. Eppure, ecco che accadono conversioni, ecco una comunità, ecco la testimonianza di Gesù, tutte cose accompagnate inevitabilmente anche da difficoltà. Passare i confini, dichiarare obsolete frontiere ritenute sacre non può che suscitare reazioni, a volte violente, perfino mortali. Nel Vangelo, un discepolo si rammarica con Gesù del fatto che la “manifestazione” della verità del Figlio di Dio non sia stata talmente pubblica da imporsi al mondo intero. Anzi, il mondo sembra non accogliere Gesù e i suoi, addirittura li odia. Tanto che amare, per i discepoli, diventa inevitabilmente anche amare molti nemici. Gesù spiega così l’opposizione a Lui e ai suoi: essa non è dovuta alla manifestazione di una identità chiara, e dunque esclusiva e contraria a quella del mondo. Questo lo fanno tutti dappertutto. Noi siamo diversi se non facciamo dell’identità la questione decisiva. Infatti, identificarsi, essere identificati, è una forma irrinunciabile di rassicurazione e di riconoscimento, fosse pure per contrapposizione. Ma è sorgente di molti mali e violenze. Gesù dice che il tratto peculiare del Padre, di lui Figlio e di noi figlie e figli, è invece soltanto l’amore. Se siamo quelli che amano, siamo coloro che desiderano il bene degli altri, non – prima di tutto e soprattutto – il proprio.
Domenica 3 maggio – V di Pasqua
29 aprile 2026 • 22:00




